Pensare che l’evidente perdita di segretezza fosse spiegabile solo con delle spie di alto grado, era una convinzione errata, forse dovuta all’ ignoranza di come funzionasse una guerra moderna: comportava la diffusione pubblica via radio di migliaia di messaggi, cifrati sì ma anche decifrabili con la dovuta abilità e mezzi. Tutti, anche gli Italiani, decifravano alcuni messaggi nemici, con alterne fortune, anche se nessuno lo gridava ai quattro venti.![]()
L’assurda contrapposizione tra le “navi” e le “poltrone”
Navi e poltrone, best-seller postbellico, non può essere definito un libro di storia. Fu piuttosto un libro giornalistico, perché scritto a caldo (1952), basandosi su quello che si sapeva all’epoca, mescolando verità e supposizioni, con diverse lacune e inesattezze, arrivando a conclusioni errate: mancavano infatti informazioni chiave (coperte dal segreto) e studi approfonditi che sarebbero stati disponibili in seguito. Ma la Storia è ricerca della verità (qualunque essa sia) e non divulgazione affrettata delle opinioni che si hanno già in mente. Infatti, il titolo “Navi e poltrone”, con relativa vignetta satirica, denunciava in anticipo cosa si volesse sostenere a priori: una spiegazione semplicistica di fatti complessi, proprio quello che volevano sentirsi dire le masse di allora, incredule di aver perso la guerra. L’Autore, Antonino Trizzino, spiegava tutto con l’immagine di una Marina divisa tra navi e poltrone, con le “navi” rappresentate da equipaggi e ufficiali, vittime innocenti di una guerra persa per incapacità o tradimento degli ammiragli seduti nelle “poltrone” di Roma. Era una spiegazione che sembrava plausibile, con cui si trovavano dei colpevoli in chi avesse la colpa di comandare. Ma gli ammiragli in questione non venivano da un lontano pianeta: erano stati ufficiali normali con comandi in mare anche loro, con un lungo percorso di selezione nella più tecnica e organizzata delle tre forze armate. Alcuni di loro, sospettati di tradimento, erano come l’Ammiraglio Maugeri, che aveva combattuto nella Seconda Guerra Mondiale a Capo Spada sull’Incrociatore Bande Nere, e poteva morirci eroicamente come il suo omologo del Colleoni. Prima di una “poltrona” era stato una “nave”, a riprova della infondatezza di tale luogo comune. In generale, tutti gli Italiani portavano (che lo volessero o meno) le loro responsabilità per il regime della nazione, perché non era difficile prevedere dove avrebbe portato: a combattere una guerra, con dubbie motivazioni e con dubbio esito. Forse l’Italia ha perso la guerra perché non doveva farla, non perché qualcuno ha tradito. E’ questo il problema di fondo che il libro non approfondiva, magari ritenendo che trattare la pace fosse già un tradimento. Non si sa come si dovesse gestire una sconfitta in corso, con l’invasione del territorio e la necessità di trattative, con la difficile uscita da una alleanza ingombrante. Ormai arrivati a quel punto (estate 1943), cominciava ad avere senso “concludere la guerra non importa come, a qualunque costo, anche con la sconfitta”: pensiero che scandalizzava Trizzino e che, dopo ottanta anni di pace europea, risulta oggi comprensibile, anche se non entusiasmante.
Era vero che il nemico conoscesse i segreti italiani
Non c’è dubbio che il libro fosse ben scritto e conquistasse la fiducia dei lettori, citando verità acquisite da tutti nel corso della guerra, soprattutto la certezza che il nemico fosse informato di rotte e orari delle navi. Però, pensare che questa evidente perdita di segretezza fosse spiegabile solo con delle spie di alto grado, era una convinzione errata, forse dovuta all’ ignoranza di come funzionasse una guerra moderna: comportava la diffusione pubblica via radio di migliaia di messaggi, cifrati sì ma anche decifrabili con la dovuta abilità e mezzi. Tutti, anche gli Italiani, decifravano alcuni messaggi nemici, con alterne fortune, anche se nessuno lo gridava ai quattro venti. Ma Trizzino non aveva dubbi che i traditori ci fossero, fino a indicarli per nome e cognome. Forse se avesse potuto leggere la autobiografia di Maugeri (1980), avrebbe trovato spiegazioni. Maugeri, divenuto capo del servizio informazioni della Marina, era persona di fiducia, tanto da essere il custode del detenuto Mussolini, che nessuno riuscì mai a liberare quando se ne occupava, spostandolo da un luogo all’altro. Maugeri aveva rischiato grosso per fare il suo dovere in una Roma occupata dai Tedeschi. Forse Maugeri venne visto in seguito come un “traditore” perché ci fece entrare nella Nato, ovvero col “nemico”.
Non era vero che che si volesse perdere la guerra
Ma torniamo al libro, dove si insisteva ad accusare gli ammiragli. Una tesi del libro era che incapaci, disfattisti e traditori, avessero lo stesso fine, tutti cinicamente coalizzati per far perdere la guerra. Più o meno quello che pensano tanti sconfitti, che invece di rassegnarsi, cercano nemici in casa propria. Ma la realtà andrebbe analizzata diversamente. Capacità, esperienza e potenza del nemico andrebbero considerate sin dall’inizio fra le cause della sconfitta. Poi bisogna confrontare tutto ciò con i propri limiti: che erano evidenti, nonostante la retorica bellica. Dopo si può entrare nel dettaglio. Alcuni gravi problemi erano imputabili al regime (non agli ammiragli), mentre alcune convinzioni (tradizionaliste) dei vertici militari risultarono errate in conseguenza di mutamenti tecnologici e organizzativi, che solo la guerra dal vivo rivelava giorno per giorno. Ravvedersi e adeguarsi fu tentato, ma il rapido svolgersi degli eventi non lasciò spazi di recupero. La abbondante e dettagliata saggistica prodotta fino ad oggi ha fornito credibili analisi, quasi sempre più complesse dell’apparenza immediata.
Non era vero che il nemico fosse informato dagli alti comandi
L’Autore di Navi e poltrone mostrava di avere a cuore gli equipaggi in mare. Ma poi arrivava a dire che, invece di consegnare la flotta, sarebbe stato meglio mandarla a sacrificarsi in un glorioso scontro finale, senza riflettere che con essa bisognava mandare a morte inutilmente migliaia di uomini. Con dei lettori così benevoli, poteva vendere milioni di libri. Però, chi aveva un minimo di buon senso e di orgoglio per aver fatto il proprio dovere, non poteva lasciarlo fare. Fu dunque inevitabile che l’Autore fosse portato in tribunale per vilipendio delle Forze Armate. Ma fu sorprendente che alla fine venisse assolto: al di là delle giustificazioni dei giudici, tutti intesero la sentenza come una implicita conferma delle tesi del libro. Tanto che i documenti del processo divennero appendici delle successive ristampe. Insomma, ci credeva tutta l’Italia. I fatti hanno poi dimostrato che la tesi del tradimento degli alti comandi era una fantasia infondata, mentre la verità stava nella decrittazione, ovvero nella capacità britannica di capire sistematicamente il contenuto dei messaggi cifrati italiani, in tempo utile. Venne svelato per il disastro di Matapan dal 1974 con Ultra e in seguito spiegato da indagini storiche, fino al recente 2021 da parte di un lavoro dell’Ufficio Storico della Marina Militare su trentasettemila messaggi di Supermarina, resi disponibili digitalmente dalla Gran Bretagna. “Navi e poltrone” si è rivelato alla fine un libro contestabile, ormai obsoleto, da non leggere più. Fece del male a tutti nel Paese, tra cui anche qualcuno che conoscevo: probabilmente disgustato da una calunnia che sembrava vera, decise di abbandonare la Marina e voltare pagina. Purtroppo, bisogna mantenere memoria storica anche delle falsità prese per vere, perché lasciano danni permanenti.

L’autobiografia dell’Ammiraglio Maugeri (1980)
Altra Bibliografia citata:
Bollettino di Archivio USMM Anno XXXV L-S/2021 (come più recente studio specifico da documentazione originale britannica)
Ultra Secret di F.W.Winterbotham, Mursia 1974