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Battaglia di Mezzo Giugno 1942
Gli incrociatori Eugenio di Savoia e Raimondo Montecuccoli, aumentando la velocità e iniziando il tiro, tentarono di aggirare dal davanti il convoglio, per interromperne la marcia, mentre i caccia meno veloci rimanevano indietro per attaccare direttamente i mercantili. Oltre le cortine nebbiogene che nascondevano il convoglio, le navi britanniche si dividevano nello stesso modo: una parte serrava le distanze contro gli incrociatori Continua a leggere →
Corsa Pechino-Parigi del 1907
Il successo dell’Itala – Equipaggio: Borghese, Guizzardi, Barzini.

L’Itala nel fango, al centro dell’attenzione di tutti, vera protagonista della grande impresa (Collezione Sansoni)
.Ringraziamo Arturo Sansoni per le immagini gentilmente fornite dagli album di Guido Sansoni.
Oltre un secolo fa.
Guido Sansoni, giovane ufficiale della Regia Marina agli inizi del novecento, ci ha lasciato interessanti diari e raccolte fotografiche, anche del periodo in cui prestò servizio in Cina. Tra le immagini abbiamo trovato la celebre Itala, l’automobile che vinse la corsa Pechino-Parigi nell’anno 1907. Ecco la macchina nel fango, legata per il traino, circondata da cinesi e occidentali nel suo faticoso avvio, impegnata in un’impresa che sarebbe passata alla Storia.
Come ci si muoveva all’inizio del 1900?
Il principale mezzo di trasporto su lunga distanza era la nave, sistema collaudato e migliorato, più regolare e veloce grazie al vapore, in grado di andare quasi ovunque sulle acque che coprono la maggior parte del pianeta, condizioni meteo e mare permettendo. Per le terre emerse, laddove non arrivavano gli oceani, si doveva passare (cambiando imbarcazione) alla navigazione fluviale, ammesso che ci fosse, seguendo ovviamente le divagazioni dei fiumi. Per la terraferma (l’aereo non c’era ancora) sarebbe stato ottimo il treno, dotato di strada ferrata, comodo, spedito, sicuro: un grande investimento abbastanza raro, rigido, facile a interrompersi, che non arrivava ovunque. Sulle brevi distanze si ricorreva ai cavalli e relative carrozze, flessibili e alla portata di tutti.
In occidente aveva fatto da poco la sua comparsa l’automobile, evoluzione meccanizzata della carrozza, mossa da un pratico motore a scoppio, assetato di benzina, liquido che scarseggiava lontano dalla civiltà (perché usato solo per smacchiare). L’automobile, a differenza del treno, era piccola e accessibile per un privato, versatile perché adattabile a ogni terreno che fosse solido e non troppo accidentato, come una carrozza a cavalli, ma a differenza di questa era più veloce e soprattutto instancabile. Aveva quindi un grande potenziale, si trattava solo di dimostrarlo.

Da destra ci sembra di distinguere: Scipione Borghese, un marinaio, Luigi Barzini, Ettore Guizzardi. L’equipaggio indossa gli indispensabili impermeabili (Collezione Sansoni)
Le motivazioni.
Perché Pechino-Parigi?
All’inizio del novecento Parigi e Pechino erano due estremi del mondo abbastanza affollati e frequentati da occidentali che per recarsi da uno all’altro dovevano sopportare un viaggio per mare, essendovi in mezzo (allora come oggi) una immensa Asia non facilmente percorribile. C’era già la ferrovia transiberiana, che aveva il suo percorso, anche se una diramazione stava arrivando a Pechino. Era comunque un lungo viaggio per pochi e una qualsiasi interruzione fisica o burocratica non aveva facili soluzioni alternative, non essendo bene integrata con comunicazioni fluviali o locali. Ovvero non c’era la stessa sicurezza di continuità del salire su una nave oceanica, che solcava libera acque internazionali. Tuttavia l’attraversamento terrestre di due continenti manteneva il suo fascino, tra avventura e suggestione storica, come ai tempi di Marco Polo. Pochi anni prima un viaggiatore con cammelli, muli, cavalli aveva percorso in più di quattro mesi la distanza da Pechino a Parigi, nella direzione adatta per un arrivo trionfale in occidente, ed è da qui che nacque l’idea di identico viaggio con diverso mezzo di trasporto. L’automobile poteva farcela, per la crescente affidabilità e resistenza, unite alla flessibilità e adattabilità del mezzo, ammesso che qualcuno fosse così folle da provarci.
“La via del Turkestan per Samarcanda, la via dei monti Altai, erano state giudicate assolutamente impossibili. Non rimaneva dunque che la via della Mongolia per Kalgan e Kiakhta” con passi abbastanza larghi, anche se ripidi e pietrosi. Tra Pechino e Mosca, le strade (degne di questo nome) scarseggiavano. Una prodezza del genere avrebbe forse dimostrato che uno stravagante veicolo per amanti della modernità, poteva fare qualcosa di più: ad esempio, cambiare la Storia del novecento.

Il lungo percorso tra due continenti, con la deviazione a Pietroburgo
La Gara.
Fu il quotidiano parigino Le Matin a proporre l’impresa, a cui aderirono una ventina di concorrenti di cui solo cinque si presentarono alla partenza da Pechino il 10 giugno 1907, un triciclo Contal da 6 cavalli, due DeDion Buton da 10 cavalli, una Spyker da 15 cavalli, l’Itala da 40 cavalli. Quest’ultima, presentata e guidata dal Principe Borghese, con l’assistenza del fedele meccanico Ettore Guizzardi, era una vettura di due tonnellate, molto più pesante delle altre, che proponeva un interessante confronto tra vetture potenti e robuste rispetto a vetture piccole e leggere, tra chi poteva andare più veloce e chi poteva passare dappertutto: il duro viaggio avrebbe messo alla prova i differenti approcci.
Non vi era un vero regolamento perché era già un obiettivo ambizioso arrivare a destinazione e l’interesse stava tutto nel cimento, più che nel sapere chi sarebbe arrivato primo: importante era seguire l’impresa sui giornali. Così il Corriere della Sera concordò con Borghese l’inserimento nell’equipaggio del giornalista Luigi Barzini, che via telegrafo avrebbe tenuta aggiornata la stampa. Ma Barzini avrebbe fatto di più, scrivendo un racconto, moderno e avvincente, che ancora oggi è piacevole da leggere e ancora si stampa.
Il principe Borghese (35 anni) è descritto persona attenta e accurata, di grande memoria e volontà, poco incline alle confidenze e a mostrare la stanchezza, costantemente impegnato nell’obiettivo. Esperto viaggiatore e automobilista, prima della partenza esplorava a cavallo, con la Principessa sua moglie, i primi percorsi per almeno seicento chilometri a cavallo, usando un bambù della misura dell’Itala per verificare dove poteva passare. La sua Itala di serie era stata personalizzata con alcune accortezze, come i parafanghi sostituiti da tavole ferrate e incernierate, per superare i pantani (potete notarle nelle immagini che presentiamo).
Furono molti gli affondamenti nel fango, risolti con pali, leve e grande sforzo di volenterosi cinesi e marinai della Regia Marina, talvolta con ostacoli che richiesero lunghi tratti al traino con i buoi. Allontanatisi da Pechino tali risorse andavano ricercate con più pazienza e fatica, ma una volta superati gli imprevisti la forte struttura della macchina avrebbe fatto la differenza rispetto agli altri concorrenti, lasciati indietro.
L’Itala superò col traino i corsi d’acqua anche a guado, con parti del motore che erano state protette o smontate. L’automobile sopravvisse con i suoi occupanti pure cadendo e ribaltandosi nel crollo di un ponte. Dopo aver messo delle catene intorno alle ruote per non slittare in alcuni tratti, una ruota rimase danneggiata fino a sfasciarsi, ma un maestro d’ascia ne costruì un’altra, che usarono a lungo.
Senza parabrezza, tormentati dal fango e dalla pioggia, non era certo un viaggiare confortevole. Attraversarono foreste e deserti, incontrando popolazioni che ignoravano del tutto l’esistenza dell’automobile, tra curiosità, indifferenza, diffidenza degli umani, creando terrore negli animali. Si affidavano alle preziose scorte predisposte lungo il percorso, dormivano e mangiavano dove potevano, erano armati. L’Itala, in mancanza di strade, marciò anche a cavallo dei binari della transiberiana, con attenzione agli orari per evitare incidenti.
Dopo la Mongolia e l’interminabile Siberia, la situazione migliorò con le vere strade della Russia europea, attenzione e cortesie in ogni città, con sempre più inviti da declinare, e infine altre automobili ad accompagnarli, in un crescendo di velocità, successo e trionfo fino a Parigi (10 agosto), concludendo la corsa davanti al giornale Le Matin. Avevano percorso circa 16.000 chilometri in 60 giorni. Gli altri concorrenti erano ancora lontani.
Le principali tappe dell’itinerario: Pechino, Kalgan, Urga, Kiatchta, Irkutsk, Krassnojarsk, Tomsk, Omsk, Perm, Kasan, Nishuii Nowgorod, Mosca, Pietroburgo, Dwinsk, Kowno, Berlino, Liegi, Parigi.

Particolari eloquenti. Una macchina robusta e semplice. Marinai italiani che si riposano dopo la fatica. Ai loro piedi l’acqua delle piogge. In secondo piano l’equipaggio. Notare l’inseparabile bandiera che sventolava in corsa (Collezione Sansoni)
La Regia Marina
Dato che Borghese è un cognome ben conosciuto nella Storia della Marina Italiana, ricordiamo che Scipione aveva due fratelli, Rodolfo e Livio, e quest’ultimo sarebbe stato padre di Junio Valerio Borghese, celebre Comandante del sommergibile Sciré e della X° Flottiglia MAS.
Tornando alle immagini dell’album di Guido Sansoni, quanto osserviamo conferma le difficoltà e i particolari narrati da Barzini. La struttura massiccia ed essenziale del veicolo, le tavole come parafanghi, la fanghiglia certo sfavorevole a una macchina così pesante, le corde e i coolies cinesi per trainarla, la presenza dei marinai italiani intorno, dato che la Regia Marina in Oriente era la forza organizzata più efficace per il successo di ogni iniziativa. L’appoggio dei marinai non era mancato sin dalla partenza:
“Quando la nostra automobile appare sul viale, scoppia un urlo formidabile. Il muro esterno della Legazione d’Italia è gremito di marinai nostri, che in piedi, come fossero sui pennoni delle loro navi, ci mandano il triplice saluto alla voce…”
“All’automobile era attaccata l’orda cinese e con essa tre bestie volenterose…i marinai fiancheggiavano l’automobile , dando di tanto un buon colpo di spalla alle ruote come si fosse trattato di un cannone da portarsi in posizione sulla cima di una montagna.”
“I marinai erano felici, com’è sempre felice un marinaio che fa una scampagnata, anche se piove. Erano cinque uomini scelti per la forza e l’abilità. Cinque atleti sapienti. Uno era meccanico e fotografo…Un altro era infermiere e cuoco. Un terzo era elettricista. Un altro carpentiere. L’ultimo parlava cinese…”
Ma ben presto l’automobile avrebbe proseguito da sola:
“Per lungo tempo scorgemmo le bianche uniformi marinaresche nella mezza oscurità del crepuscolo, e udimmo rinnovarsi degli evviva, sempre più lontani e deboli, finché uomini e voci si persero nella distanza.”
Informazioni e citazioni da: La Metà del Mondo vista da un’automobile. Da Pechino a Parigi in 60 giorni.” Luigi Barzini – Touring Editore, Milano 2006. Un eccellente reportage giornalistico, del 1907.
Navi in Cina: Quarto, Calabria, Muggia
Reparti del Calabria sbarcarono sia per la difesa di Pechino , sia per espugnare i forti di Ta Ku (con l’appoggio delle artiglierie dell’Incrociatore), sia per presidiare i forti conquistati. Il Calabria lasciò la Cina nell’aprile 1901 rientrando in Italia. Nel 1902 venne mandato nelle Americhe, operando nei Caraibi, sulla costa atlantica e nel Pacifico dove raggiunse Shanghai e il Giappone nel 1903. Continua a leggere →
Incrociatore San Giorgio
Arrivò a Shanghai il 15 gennaio 1925, con la guerra civile riaccesa nella zona e il pericolo che truppe in fuga e disperate provocassero nella città violenze e saccheggi. Sbarcarono 110 uomini del San Marco dall’Incrociatore San Giorgio, collaborando con le altre forze internazionali. In quel momento oltre alle 4 unità italiane erano presenti 2 incrociatori e 3 cannoniere giapponesi, 2 vedette francesi, 2 esploratori e una cannoniera inglese, 8 cacciatorpediniere americani con nave appoggio. Continua a leggere →
Incrociatore Libia
Nel maggio 1925 risalì lo Yang-tze-kiang fino ad Hankow. Nel 1929, spostandosi ad assistere l’equipaggio del caccia Muggia (affondato sulle rocce), il Libia subì una collisione con un mercantile cinese, che affondò; i marinai del Libia salvarono diversi naufraghi cinesi. Nel 1931 risalì ancora lo Yang-tze-kiang e l’anno successivo si recò in Giappone. Continua a leggere →
Superstiti del Trento: Scarpari
Sono andato giù a guardare nell’ingresso del locale caldaia che bruciava e ho trovato il palombaro di bordo che si stava preparando all’immersione al quale chiesi cosa stesse facendo. Senza esitare mi disse: “Devo andare giù nel fuoco, è un ordine”. Andare giù significava morire. E’ stato un eroe. Secondo l’ufficiale doveva andare a chiudere i kingstone, i rubinetti della nafta
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Affondate la Bismarck! – Film
Per comprendere la sfida, bisogna osservare che la prima e unica missione della Bismarck non nasceva dall’ambizione o presunzione germanica, ma dalla pressante esigenza di bloccare il traffico mercantile atlantico. Gli Inglesi mandarono le grandi navi a sbarrarle il passo e subirono una sconfitta al primo scontro. L’esplosione dello Hood fu “incredibile” Continua a leggere →
A bordo di una corazzata
Misuratori e calcolatori perfetti e automatici, collegamenti e comandi elettrici operano con estrema rapidità, sotto la volontà degli uomini, affinché i proiettili raggiungano la nave nemica nella posizione in cui essa si troverà alla fine della traiettoria dei proiettili stessi. Posizione futura che, per i moti delle due navi, sarà diversa in direzione e distanza da quella che ha nell’istante in cui si puntano i cannoni. Continua a leggere →
Incrociatore Montecuccoli in Cina
Sulle terrazze del Park e del Katay le coppie in abito da sera interrompevano un tango, sospendevano un flirt, troncavano una discussione, disertavano il bar per godersi la vista del fuoco antiaereo o ammirare la scena grandiosa di qualche formidabile incendio; negli appartamenti privati di Rubicon Road e di Bubbling Well Street lo scoppio delle bombe e delle granate pimentava di brividi ignoti le più piccanti avventure Continua a leggere →
Cenni di guerra marittima e navale
Al crescere delle artiglierie e della portata, la velocità del proiettile non poteva aumentare, richiedendo un lungo tempo (quasi mezzo minuto) per osservare l’effetto del colpo. Dovendo correggere e ripetere il tiro, si aveva una bassa cadenza di fuoco (ogni 45 secondi). Nonostante i progressi balistici e tecnologici, la percentuale di colpi a segno per una corazzata era assai bassa. Continua a leggere →










