Al momento dell’entrata in guerra, il 10 giugno 1940, il Regno d’Italia aveva una notevole flotta militare e mercantile, tale da collocarsi fra le prime marine del mondo. Molte unità erano di recente costruzione…
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Prima del secondo conflitto mondiale
Al momento dell’entrata in guerra, il 10 giugno 1940, il Regno d’Italia aveva una notevole flotta militare e mercantile, tale da collocarsi fra le prime marine del mondo. Molte unità erano di recente costruzione, grazie alla frenetica attività dei cantieri navali negli ultimi decenni. Il prestigio marinaro degli italiani si era accresciuto, non solo con le imprese della prima guerra mondiale, ma anche con le crociere di rappresentanza che avevano portato le navi in tutti i porti del mondo. Ma contro chi avrebbe dovuto combattere questa Marina? Non si sapeva.
Fino all’ultimo il Duce non aveva detto chiaro alle Forze Armate quali sarebbero stati i nemici. Era quindi difficile per Esercito, Aviazione e Marina, preparare strategie, piani operativi e anche semplici ordini adatti alle circostanze. Se vi era l’intenzione di combattere i britannici in Nordafrica, sarebbe stato meglio rifornire adeguatamente la Libia prima della guerra, quando non vi erano ancora dei rischi. Si poteva iniziare le ostilità con un colpo di mano per conquistare Malta, quando era ancora indifesa. Ma senza arrivare a tanto, si poteva evitare di lasciare tante navi mercantili fuori dal Mediterraneo, sapendo che in caso di conflitto non avrebbero potuto fare ritorno, in quanto gli accessi (Gibilterra e il Canale di Suez) erano controllati dalla Gran Bretagna. Fu chiesto a Mussolini di avere qualche giorno a disposizione prima della dichiarazione di guerra, in modo da farle rientrare, ma la proroga fu rifiutata. Si può dire che la più grande disfatta navale (la perdita di oltre 200 navi per 1,200.000 tonnellate) avvenne prima ancora di cominciare. Unica giustificazione per questa fretta fu la convinzione (errata) che la guerra sarebbe stata così breve da rendere più conveniente privilegiare la tempestività nell’entrare in guerra contro la Francia, ormai sconfitta, per ricavarne compensi nella successiva pace. In altre parole, prevalse l’opportunismo politico rispetto alla strategia militare.
In mancanza di direttive, la Marina aveva immaginato che l’avversario più probabile potesse essere la vicina Marina Francese, per cui le caratteristiche tecniche di alcune navi vennero realizzate in funzione di un confronto con unità similari uscite dai cantieri francesi. Ma questo confronto praticamente non ci fu e le navi italiane si trovarono di fronte quelle britanniche, magari meno moderne e più lente, ma più corazzate e con equipaggi più addestrati o con comandanti più esperti e decisi. Nonostante la tensione con l’Inghilterra, cresciuta dalla guerra d’Etiopia, fu una sorpresa per molti dover combattere contro il migliore alleato della prima guerra mondiale, la Marina Britannica, verso la quale vi era anche una grande stima marinara. Oltretutto il conflitto iniziò alcuni anni prima di quando si riteneva che venisse raggiunta la necessaria preparazione. In particolare si rimproverava ai tedeschi di aver accelerato i tempi, nonostante gli accordi, costringendo l’Italia ad un cimento prematuro.

Panorami della guerra, Tutta la Marina Italiana. Marzo 1941
La Regia Marina – Consistenza della Flotta Italiana al momento dell’entrata in guerra (10 giugno 1940)
2 corazzate (Cavour, Cesare) rimodernate
7 incrociatori pesanti (Trento, Trieste, Bolzano, Fiume, Gorizia, Pola, Zara)
12 incrociatori leggeri (Da Barbiano, Di Giussano, Colleoni, Bande Nere, Cadorna, Diaz, Attendolo, Montecuccoli, Duca d’Aosta, Eugenio di Savoia, Duca degli Abruzzi, Garibaldi)
3 incrociatori di vecchio tipo
59 cacciatorpediniere
67 torpediniere
115 sommergibili
66 mas
242 unità ausiliarie
Inoltre:
4 navi da battaglia in costruzione (Littorio, Vittorio Veneto, Roma, Impero)
2 navi da battaglia in rimodernamento (Andrea Doria, Duilio)
12 incrociatori in costruzione
6 sommergibili in costruzione
16 mas in costruzione
Nota: Si è cercato di presentare una situazione sintetica, rielaborando informazioni provenienti da “Navi e marinai italiani nella seconda guerra mondiale” di E.Andò e E.Bagnasco, in cui si possono reperire con precisione maggiori dettagli.
Al momento dell’entrata in guerra l’Italia disponeva di due corazzate ristrutturate con artiglierie (320 mm) leggermente inferiori a quelle normalmente necessarie, ma entro breve sarebbero divenute operative le prime due corazzate moderne con armamento adeguato (381 mm) e notevoli prestazioni (30 nodi). Gli incrociatori pesanti e leggeri erano in gran parte recenti, molto veloci e poco corazzati. Le unità minori, come cacciatorpediniere e torpediniere, comprendevano sia unità recenti che altre più anziane, e quindi il loro uso (nella flotta o per scorta al traffico) dipendeva dalle caratteristiche di velocità e armamento. La flotta sottomarina era eccezionale come numero anche se costituita da battelli di concezione tradizionale. In definitiva la Regia Marina schierava un insieme di unità ragguardevole, proponendosi come antagonista impegnativo per la Marina Britannica. Nei giudizi degli esperti tedeschi di allora, la Marina italiana veniva considerata la più preparata e competitiva delle tre forze armate.
L’impiego della flotta e la guerra dei convogli –
Nel corso del conflitto emersero le difficoltà oggettive e la minore efficacia della Regia Marina, rispetto a quella Britannica. Nonostante l’intensa attività marinara italiana in Mediterraneo e sugli oceani, solo un conflitto con un valido antagonista poteva evidenziare limiti e debolezze. In fondo il precedente conflitto mondiale si era concentrato per l’Italia nel ristretto mare Adriatico con un impiego di unità minori e sommergibili che sarebbe stato completamente diverso nella Seconda Guerra Mondiale. Radar, sonar, radio, aviazione navale, decrittazione, furono lacune significative. Inoltre l’isolamento dell’Italia portò a cambiare forniture, a utilizzare produzioni nazionali, impiegando armi, munizionamento, apparecchiature, tecniche, con condizioni nuove e tutte da sperimentare . Il rapido ritmo degli eventi lasciò poco tempo per verificarle e adeguarsi alle esigenze belliche.
Fatto importante nella conduzione dei confronti navali, fu la preoccupazione dei vertici di non poter rimpiazzare eventuali perdite della flotta da battaglia, come invece poteva fare la Gran Bretagna. A questa saltuaria prudenza nel comando delle grandi unità si contrappose comunque la grande dedizione nello scortare e garantire i traffici mercantili verso l’altra sponda africana (verso la Libia), senza che vi fosse mai interruzione nelle comunicazioni, tanto da poter dire che l’Italia non perse certo la “battaglia dei convogli”. La estrema urgenza dei rifornimenti, insieme alla scarsa disponibilità di merce da caricare, portarono a un maggior numero di viaggi con navi semivuote. Con viaggi tanto numerosi prima o poi si veniva intercettati. Questo processo portò alla perdita di gran parte della flotta mercantile e del naviglio minore di scorta, sia pure con un’alta percentuale di trasporti riusciti. Nel frattempo, le unità maggiori avevano limitazioni di impiego per la scarsità di combustibile.
Durante il conflitto, fino al settembre 1943, le grandi navi da battaglia non subirono perdite, a parte i gravi danni di Taranto. Invece quasi tutti gli incrociatori, che furono impiegati maggiormente, vennero perduti o gravemente danneggiati. Notevoli anche le perdite delle unità minori, tra le più usate e logorate, sacrificate nelle situazioni più diverse, dove l’esposizione continua al rischio aumentava la probabilità di affondamento.

Prospetto delle perdite di navi mercantili 1940-1945 – Trentoincina
La Regia Marina nel periodo tra il settembre 1943 e l’aprile 1945
Al momento dell’armistizio, l’8 settembre 1943, le unità della Regia Marina, con i loro ufficiali ed equipaggi, si trovarono in una situazione difficile. Secondo gli ordini ricevuti dovevano consegnarsi agli anglo-americani nel rispetto degli accordi. Come per tutte le Forze Armate, l’obbedienza o meno agli ordini dipese da fattori contingenti, tra cui la posizione in cui si trovavano, la vicinanza di forze contrastanti, la volontà dei comandanti.
Le navi in grado di muoversi poterono sottrarsi alla cattura tedesca portandosi in mare aperto, mentre chi era in porto o fra il personale di terra fu condizionato nelle scelte dalla presenza militare tedesca. Vi fu dunque il convergere di gran parte della flotta, con corazzate e unità di ogni tipo a Malta, sotto scorta britannica. Alcune di queste unità avrebbero ripreso servizio al fianco dei nuovi alleati, impegnate in vari ruoli, dal trasporto all’addestramento, mentre le più grandi avrebbero sopportato un duro allontanamento dall’Italia (la Littorio-Italia e la Vittorio Veneto furono confinate nei Laghi Amari del Canale di Suez).
Alcuni comandanti non accettarono la consegna ai nemici di ieri e decisero l’autoaffondamento, soluzione scelta anche da chi non voleva cedere la nave ai tedeschi. Vi furono anche casi di affondamenti con vittime, nel tentativo di sottrarsi alla cattura tedesca, come accadde a unità isolate o alla corazzata Roma, che si allontanava da zone controllate e fu affondata da aerei tedeschi. Altri ufficiali e marinai si schierarono invece con la Repubblica di Salò e con i tedeschi. Moltissime navi ferme in porto o impossibilitate a muoversi, vennero catturate dai tedeschi, che le avrebbero reimpiegate in azione con equipaggi propri o misti, oppure le avrebbero sabotate al momento di ritirarsi, incluso l’affondamento per ostruire le strutture portuali. Tra sabotaggi tedeschi e bombardamenti alleati gran parte delle unità rimaste inattive arrivò al termine delle ostilità nella condizione di relitti, utili solo per la demolizione. La storia delle navi italiane fino al 1945 si svolse senza grandi eventi bellici, essendo il Mediterraneo ormai dominato dalle forze alleate. Inoltre le condizioni finali imposte all’Italia comportarono la cessione delle navi migliori alle nazioni vincitrici come preda di guerra. In definitiva, nel dopoguerra la grande marina militare italiana non esisteva più. D’altra parte era abbastanza cambiata la guerra sul mare, come tipologia delle armi e delle unità, una evoluzione che avrebbe presto resi obsoleti molti armamenti ereditati dalla Seconda Guerra Mondiale.