Sono andato giù a guardare nell’ingresso del locale caldaia che bruciava e ho trovato il palombaro di bordo che si stava preparando all’immersione al quale chiesi cosa stesse facendo. Senza esitare mi disse: “Devo andare giù nel fuoco, è un ordine”. Andare giù significava morire. E’ stato un eroe. Secondo l’ufficiale doveva andare a chiudere i kingstone, i rubinetti della nafta
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L’affondamento del Trento nei ricordi di Riccardo Scarpari

Riccardo Scarpari
Un particolare ringraziamento a Roberto Scarpari che ci ha inviato le fotografie e il racconto di suo nonno Riccardo Scarpari.
Fratelli sul Trento
Per molti l’incrociatore Trento è semplicemente una splendida nave che con i suoi duecento metri di lunghezza solcava imponente i mari in periodo di guerra. Per me quella nave ha significato molto di più, essa ha vissuto con me tutta una vita e mai potrò toglierla dai miei ricordi.
Io sono Riccardo Scarpari, una delle tre coppie di fratelli imbarcati sul Trento. A bordo ero con mio fratello Costante che era cannoniere armaiolo del complesso laterale sinistro di prora, sbarcato per sua richiesta sei mesi dopo il mio imbarco, avvenuto il 2 Maggio 1941 a La Spezia. Tredici mesi e tredici giorni dopo l’incrociatore affonderà: era il 15 Giugno 1942.

Riccardo Scarpari
La Battaglia di Mezzo Giugno 1942: il primo siluramento
Parlare della cosiddetta “Battaglia di mezzo giugno ” significa rivivere quei terribili momenti un’altra volta: ciò che i miei occhi hanno visto quel giorno non si può dimenticare. Le immagini mi vengono in mente come se sfogliassi vecchie fotografie mai sbiadite; le ho tutte, ordinate, davanti ai miei occhi.
Avevo fatto la seconda, stavo dormendo sulla griglia della macchina di poppa che porta in tuga. Ero sopra un salvagente e indossavo un paio di calzoncini. Pochi minuti dopo le 5 di mattina ho sentito una scarica di mitraglia durata qualche secondo sopra la mia testa, quasi contemporaneamente lo scoppio del siluro e il fracasso dell’aereo.
Non sapevo cosa fare, così ho deciso di salire in coperta e poi in tuga dove ho trovato mitraglieri scioccati dal passaggio rasente dell’aereo proprio sopra di loro. Mi sono poi diretto verso prora dove ho incontrato prima Bosio, uno della bassa bresciana, poi un amico che in quel momento stava andando in torre per leggere. Successivamente sono passato vicino ad un fumaiolo dove uscivano fiamme basse perchè c’era mare lungo. Ricordo bene che passando accanto al fumaiolo in fiamme ho visto un altro mio compaesano: Tavelli, tenente del maggiore Plevani comandante dei fuochisti, che quel giorno era in licenza e in quel momento stava cercando di domare le fiamme con alcune bombolette antincendio, seppur con poche speranze di riuscirci (quando è arrivato il siluro del sommergibile ed è esplosa la nave, il fumaiolo non c’era più). Sono andato giù a guardare nell’ingresso del locale caldaia che bruciava e ho trovato il palombaro di bordo che si stava preparando all’immersione al quale chiesi cosa stesse facendo. Senza esitare mi disse: “Devo andare giù nel fuoco, è un ordine”. Andare giù significava morire. E’ stato un eroe. Secondo l’ufficiale doveva andare a chiudere i kingstone, i rubinetti della nafta. Risalgo e vado a poppa estrema dove alcuni uomini erano di guardia e lì incontro il mio caro amico Paletti, il quale mi dice che dovevo andare giù in macchina: avevano deciso di partire con le due eliche di poppa, con il calore della caldaia di poppa. Dopo alcune sollecitazioni sono andato giù. Era squadra pari. Siamo rimasti fermi per 4 ore circa dalle 5 alle 9; verso le 8 è passato un ricognitore e noi siamo stati a guardare senza capire se fosse nostro o nemico, quando poi si è diretto a sud.

Palombaro del Trento (forse si chiamava Nicola Maffei): Collezione Scarpari
Il secondo siluro e l’abbandono della nave
In quel momento l’ incrociatore si trovava con la caldaia di prora colpita, con il personale addetto morto, la caldaia di centro allagata per evitare che anche quella esplodesse con il deposito 2 (i locali allagati erano 3 e la nave in quel modo era ancora perfettamente diritta.). Le caldaie di poppa non avevano nessuna infiltrazione, erano intatte perciò ci han chiamato per far partire la nave con le macchine di poppa. Io ero di turno. Dopo un po’ di titubanza sono sceso, pensando che presto sarebbe arrivato un sommergibile a finirci, quando un’esplosione doppia quasi simultanea colpì il deposito n.1 che esplose staccando i primi 50 metri di prora, facendo volare il castello di comando con tutto lo stato maggiore che vi era riunito. Sono corso su, ho visto il maresciallo capo officina con una gamba rotta e tre dei suoi marinai che la legavano con delle cinghie e l’han salvato. Arrivai a poppa estrema e vidi il maggiore medico, del quale non ricordo il nome, con una pistola in mano, tre pali che dondolavano in modo sinistro. Mi son tuffato dalla poppa, togliendomi anche i calzoncini perché nessuno potesse aggrapparsi. Mi sono messo a nuotare verso una barca di salvataggio, distante circa 50 metri ma giunto lì vicino la barca affondò: era troppo carica. Mi diressi allora verso un caccia poco più lontano e riuscii a raggiungere il “Saetta”. Sono dovuto salire dal paraurti di poppa perché le navi italiane allora non avevano un recupero naufraghi e i marinai ci tiravano a bordo con i cappotti. Il primo ad arrivare fu Brilli, poi io e dopo aver aiutato altri a salire ci dettero del liquore. La bottiglia era chiusa, così ne rompemmo il collo e la distribuimmo.
L’incontro col fratello
Alle 12 circa abbiamo iniziato il ritorno e ci trovavamo in vista in Messina quando il Comandante del Saetta mi ha consegnato una divisa, visto che non avevo nulla. Alle 8 di sera circa ci han portato con i camion in un deposito per essere segnalati. In mezzo al campo, seduto a un tavolino, c’era mio fratello Costante addetto a scrivere i nomi dei sopravvissuti. Sono arrivato davanti a mio fratello e gli ho detto il mio nome. La mattina dopo come è venuto chiaro nel deposito si son messi tutti a cantare per la gioia di andare in licenza. Lì sono arrivate tantissime medaglie da distribuire a ufficiali e sottoufficiali: le medaglie sono state consegnate a pioggia, per grado e non per merito. Chi meritava davvero la medaglia non c’era più.