Le crescenti dimensioni e le tecnologie introdotte sulle navi passeggeri rendevano ormai possibili sia il trasporto di un gran numero di passeggeri su lunghe traversate, sia un ottimo livello di servizio per chi poteva permetterselo. Erano nati i “liners”, ovvero le navi di linea, chiamate anche “transatlantici”, naturalmente adatte agli oceani.
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Passeggeri prima del vapore
La nave è un oggetto creato dall’uomo e destinato a muoversi in un ambiente talvolta ostile e pericoloso: deve quindi avere resistenza, autonomia, risorse per le peggiori condizioni possibili. Arrivare a destinazione in sicurezza è l’obiettivo più importante e tutto il resto è secondario, come lo spazio e le comodità a bordo.
La nave passeggeri è una nave con un problema in più, legato al carico che trasporta, quello con le maggiori esigenze. I passeggeri hanno bisogno di riparo e di cibo, la cui quantità è legata alla durata del viaggio, sempre piuttosto lungo con la navigazione a vela, molto condizionata dalle condizioni meteorologiche.
Le caratteristiche nautiche dei velieri, il necessario equipaggio, lo spazio limitato, le difficoltà di conservazione di acqua e viveri, non consentivano il trasporto di numerosi passeggeri, che erano in realtà anime piene di bisogni, estranee alla vita marinara e sostanzialmente inutili alla navigazione.
D’altra parte, per chi vi era costretto, il viaggio per mare era sinonimo di notevole disagio, oltre al rischio. Qualche conforto poteva essere offerto solo a pochi privilegiati e gli altri dovevano sopportare con pazienza. Questa situazione aveva caratterizzato per secoli lo scarso traffico passeggeri e solo innovazioni sostanziali avrebbero potuto cambiare la qualità del trasporto.
Ottocento: vapore e ferro cambiano la nave
Quando la macchina a vapore portò energia costante e abbondante sulle navi, si avviò una profonda rivoluzione del modo di navigare.
Il fuoco della combustione riscaldava acqua e produceva vapore, la cui pressione si poteva convertire in un movimento di grande forza. Le macchine consentivano viaggi più veloci e prevedibili, ovvero regolari e sistematici, mentre potevano aumentare le dimensioni della nave senza una crescita esponenziale dell’equipaggio. L’evoluzione permise aumenti del carico, dei passeggeri ed anche dei servizi offerti.
A metà dell’ottocento le navi potevano avere sia il vapore che la vela (i cosiddetti clipper a elica), perché non si sa mai, ma col progredire dell’affidabilità scomparivano velature e alberi a favore dei fumaioli e di maggiori strutture sul ponte per l’abitabilità. Le navi non dovevano più avere scafi destinati a navigare inclinati col vento, ma potevano ricercare la stabilità, con spazio per le macchine e per la fonte di energia, costituita dal carbone. Il combustibile solido, allora molto diffuso, era tuttavia sporco e pesante, richiesto in grandi volumi, creando problemi negli spazi limitati di una nave, per rifornirsi (il carbonamento) e poi portarlo alle caldaie, alimentandole costantemente, rendendo difficile la vita di fuochisti e carbonai, il livello più basso del personale a bordo (che doveva essere nascosto agli occhi dei passeggeri).
Altre trasformazioni avvenivano nel funzionamento e struttura della nave. L’elica inventata all’inizio dell’ottocento, dimostrò a metà del secolo la sua superiorità sulla propulsione a ruote, soppiantandola del tutto.
Il legno veniva sostituito dal ferro, le cui lamiere venivano unite con milioni di chiodi (ribattuti incandescenti), lavorazione che sarebbe stata preferita a lungo ritenendola più sicura della saldatura. In Italia la naturale scarsità di materie prime ritardò il passaggio dal legno alle costruzioni in ferro, sia per le minori dimensioni delle navi che per il ricorso a costruzioni straniere.
La macchina a vapore perfezionava il rendimento divenendo “compound”, a triplice o quadruplice espansione, recuperando il residuo di pressione a ogni passaggio.
L’abbondanza di energia permetteva un più agevole azionamento del timone o recupero delle ancore senza l’uso della forza manuale. L’introduzione della dinamo consentì di adottare la più sicura luce elettrica e non i lumi, evitando il pericolo d’incendio, a cui la nave non offre scampo.
Alla fine dell’ottocento l’acqua non più razionata poteva essere prodotta dai primi dissalatori. Dopo le tecniche tradizionali di conservazione del cibo, che restringevano drasticamente la gamma di cibi disponibili, l’introduzione di cibi sottovuoto in latte ampliava il menu, ma solo la refrigerazione frigorifera permise di avere un’alimentazione normale e piacevole.
La nave era cambiata perché iniziava a disporre di novità che non sempre erano disponibili per tutti a terra, preparandosi a divenire un mondo a parte e non più un avventuroso mezzo di trasporto. Le crescenti dimensioni e le tecnologie introdotte sulle navi passeggeri rendevano ormai possibili sia il trasporto di un gran numero di passeggeri su lunghe traversate, sia un ottimo livello di servizio per chi poteva permetterselo. Erano nati i “liners”, ovvero le navi di linea, chiamate anche “transatlantici”, naturalmente adatte agli oceani.
Come la società dell’epoca, la nave passeggeri riassumeva in sé un mondo con notevoli differenze di vita, da una sommità spensierata di pochi, all’umiltà di chi sopportava il presente per un migliore futuro, da chi comandava in alto a chi spalava in basso, compresi tutti i livelli intermedi. La nave passeggeri era dunque un simbolo concentrato della società, quasi la conferma che anche il mondo moderno dovesse funzionare così, secondo un diffuso modo di pensare che accettava la realtà come fosse inevitabile, immutabile.

Foto ricordo di un gruppo di passeggeri sul piroscafo Principessa Mafalda
Novecento: navi speciali per i passeggeri
Più grande è il mare con le sue onde, più grande deve essere la nave per affrontarle.
La crescita delle dimensioni per convenienza economica sembrava al tempo stesso rassicurare le paure dei viaggiatori (tutti volevano la nave con 4 fumaioli, il transatlantico) però alcune tragedie come quella del debutto dell’immenso Titanic (1912) confermavano che la sicurezza era garantita non dalle dimensioni ma dalla qualità della prevenzione, dal numero delle scialuppe, dall’uso della radio e anche dai comportamenti umani. Con meno clamore delle invenzioni, norme e dettagli progredivano e accompagnavano il progresso della navigazione. Le scialuppe dovevano essere sufficienti per tutte le persone a bordo: ovvio, ma era solo l’inizio.
Anche le condizioni dei passeggeri più umili, storie tragiche e sofferenze, epidemie e odissee, portarono a regole per garantire condizioni sopportabili e rispetto per tutti i viaggiatori. La qualità della traversata migliorava per tutti e dopo il primo conflitto mondiale il traffico passeggeri riceveva nuovo impulso, perché una migliore offerta stimolava la domanda. La nave passeggeri veniva sempre più concepita intorno alla sua clientela, che era più vasta, costante, garantita, ovvero industria su cui investire.
Il carbone veniva sostituito dal combustibile liquido (la nafta), più maneggevole e veloce nel rifornimento, più facile da accogliere negli spazi di bordo, più comodo per una alimentazione regolare notte e giorno, più umano per il personale di macchina, più pulito e confortevole per i minori fumi sul ponte, capace di maggiore rendimento e prestazioni: miglioramenti che aprivano nuove opportunità.
Veniva introdotta la turbina, che convertiva direttamente la pressione del vapore in movimento rotatorio e in seguito anche la motorizzazione diesel con enormi motori diesel (le motonavi). Ormai il transatlantico, veloce e accogliente, raggiungeva e superava i migliori alberghi. Se prima si sognavano a bordo le comodità di terra, ora il lusso delle navi più belle diveniva il mito di riferimento per ogni hotel. Negli anni venti e trenta una esperienza a bordo non poteva mancare in un curriculum alberghiero di prestigio.

Turbine principali e riduttore ad ingranaggi del Conte di Savoia. Notare sulla sinistra le dimensioni della figura umana. “La Nave” – Estratto dal volume XXIV della Enciclopedia Italiana (Treccani) – 1935
Il varo dei transatlantici
La nascita della nave avveniva da sempre con la cerimonia del varo, lo scivolare dello scafo che entrava violentemente in mare, impatto accettabile per piccole navi ma carico di preoccupazioni al crescere del transatlantico.
L’evento era un momento critico che poteva nascondere amare sorprese come nel caso del Principessa Jolanda, allestito di tutto punto, che si rovesciò e affondò al varo (1907), suggerendo la saggia abitudine di varare solo lo scafo e allestirlo dopo. La costruzione fuori dall’acqua di masse sempre più grandi caricava verticalmente la struttura di pesi notevoli, condizionando per eccesso le costruzioni mercantili in un periodo dove i calcoli teorici avevano bisogno della conferma sperimentale. La nave nasceva inclinata sullo scalo e costruire ogni dettaglio “verticalmente” non era facile.
Il giorno del varo personalità e masse numerose assistevano all’evento, con la madrina che rompeva la bottiglia di spumante sulla prora, con i fermi che venivano rimossi, vedendo lo scorrere del gigante sul prezioso sego (lubrificante) che veniva poi raccolto dalle barche di pescatori.

Pubblicità del Lido Deck del Conte di Savoia (a sinistra) e del Rex (a destra). Promozione negli anni trenta della Southern Route sui transatlantici italiani
Arte e bellezza
La cultura manifatturiera nei secoli ha realizzato creazioni in cui si uniscono bellezza e funzionalità, come se ogni artigiano (artista e tecnico insieme) ritenesse che l’eleganza fosse il naturale involucro di un oggetto razionale.
In altre parole una nave doveva essere anche bella per affrontare il mare.
Quando la tecnologia cambiò forme e proporzioni della nave passeggeri fu necessario ripensare all’estetica, al modo di usare le nuove opportunità, all’impressione che si voleva dare, dalla austera imponenza dei liners britannici alla raffinata grazia dei transatlantici italiani. Il passaggio dell’Italia dalle costruzioni estere alle produzioni nazionali, permise la concezione di linee e stili nuovi che si imposero sulla scena internazionale.
Rex e Conte di Savoia non avevano bisogno di una selva di fumaioli per far capire che erano signori dell’oceano e nemmeno di essere i più grossi, per essere preferiti dai grandi del mondo.
Saturnia e Vulcania con un solo basso fumaiolo senza fumo (i primi turbodiesel della Storia) e linee moderne rendevano obsoleti i concorrenti. Forma e funzione si accompagnavano perché le navi italiane si spostavano sulle rotte dal clima mite, aprendosi al sole e all’aria, con grandi ponti e piscine all’aperto, cambiando aspetto e uso del transatlantico.
All’interno, gusto e sensibilità italiane permettevano eccezionali qualità degli ambienti e degli arredi, a somiglianza di un grande albergo. La nave, come ambasciatrice di un paese ricco di bellezze storiche e artistiche, ne richiamava idee e stili, architetture e geometrie, giocando sull’immaginazione dei viaggiatori, quasi promozione alla visita turistica per chi andava, quasi prolungamento dell’emozione per chi tornava. Il successo incontrato stimolò una continua ricerca ed evoluzione con il contributo di abili progettisti e celebri artisti, che firmarono interni stupendi e di fascino, dove ogni dettaglio era curato.
Oltre ad ambienti accoglienti e suggestivi la nave offriva una variata vita di bordo, tra il piacere di frequentare un grande ristorante e di godersi il riposo più confortevole, alternando giochi e incontri sociali, con la possibilità di coltivare o sperimentare molte attività.
Ampiezza e qualità dei servizi erano dunque all’altezza del livello dei locali, in una perfetta armonia che faceva sentire il viaggiatore un ospite di riguardo. Fu soprattutto merito degli italiani trasformare il viaggio transatlantico da inevitabile passaggio (comodo, ma più breve possibile) in esperienza piacevole e unica, in un mondo che non aveva niente di simile a terra, introducendo l’idea di crociera, che da sola si giustifica.

Conte di Savoia (collezione Caligaris)
Viaggiare
La nave passeggeri trasformava la necessità del viaggio in piacere di vita, occasione, svago, esperienza, mistero, con il gusto di sentirsi diversi dagli altri e dalla vita di tutti i giorni. Dovendo andare da un luogo all’altro, tanto valeva accettare il tempo che richiedeva, non si poteva accelerarlo e si doveva lasciare solo che scorresse, rendendolo il più piacevole possibile. Si entrava in un grande albergo, se ne godevano i servizi, se ne seguivano i rituali, si conoscevano altre persone interessanti, si aveva il tempo per rilassarsi, pensare, sognare. La nave, grande e silenziosa rispetto a sbuffanti locomotive ed altri mezzi di trasporto, non aveva concorrenti nel portare a grandi distanze folle di passeggeri con la dovuta comodità.
A dire il vero, su ogni piroscafo viaggiavano anche persone umili come gli emigranti, con classi che sottolineavano le distanze e le pretese. Si riproduceva su un guscio navigante il mondo sociale, con chi sognava e chi invece era oggetto del sogno, sul ponte più alto. C’era il piacere di riconoscersi come simili e scoprire le differenze, esibirsi o esplorare con curiosità. Esporre i propri dubbi, problemi, paure e trovare altri compagni di viaggio, con le stesse agitazioni. Comunque tutti sulla stessa barca.
Dal biglietto all’incontro con la nave sulla banchina, ci si sentiva privilegiati, desiderosi di conquistarla, di prendere possesso della cabina o della branda, spazio importante su cui muoversi nell’avventura. Ci si chiedeva come sarebbero stati gli altri passeggeri. E il mare? Curiosità continua e argomento di conversazione, ma anche eterno spettacolo che avvolgeva la nave, capace di catturare lo sguardo verso l’infinito.
L’esplorazione della nave, il trovarsi a tavola, commentare il menù, spostarsi nei salottini, cimentarsi nei giochi, attendere eventi e feste, passeggiare nei lunghi corridoi, mettersi comodi con un libro e una coperta, oppure sdraiarsi al sole o accanto alla piscina, secondo le stagioni. Nel conversare si facevano abili riassunti della propria vita, passata o progettata, che solo allora appariva diversa, più o meno interessante. Ecco una persona piacevole o intrigante, anzi no, qualcuno da conoscere meglio o frequentare ancora.
Nel trascorrere dei giorni, il pensiero si spostava su quello che si sarebbe trovato all’arrivo, impegni, opportunità, doveri, incertezze. Il mare riservava sempre qualche sorpresa, toccava le viscere e riportava nel presente. Ora tutto aveva un ritmo perfetto, come fosse conosciuto da sempre, tanto da volerlo prolungare. Ma il calendario inesorabile avanzava, volerlo accelerare o rallentare era impossibile e ci si abbandonava al trascorrere con fatalismo.
Infine la meta arrivava, la città usciva dal mare pronta ad accogliere con fumi e rumori. Attracco e passerella, i bagagli. Le scomodità di trovarsi non più passeggeri, ma comandanti dei propri passi. Comunque il ricordo del viaggio sarebbe rimasto eterno.
Fascino, perché?
Chiunque si avvicini alle grandi navi passeggeri degli anni trenta, ne rimane innamorato, catturato dal loro fascino. Nei transatlantici si somma l’atmosfera elitaria, effimera e irraggiungibile di un mondo bello e perduto, con la grande realizzazione tecnologica e logistica del lussuoso albergo viaggiante. Si tratta di un livello tuttora insuperato, dove un perfetto manufatto, concentrato di società e civiltà, affronta da solo uno sconfinato e pericoloso elemento naturale. C’è quindi una sfida sullo sfondo, dove l’umanità porta tutta se stessa sull’oceano, imponendo i suoi desideri e le sue comodità.
Il brivido del rischio, remoto ma sempre presente, avvolge i viaggiatori e li fa sentire più vicini. Le diversità si attraggono accomunate dalla stessa situazione. Sotto di loro, intorno a loro, c’è un unico grande oggetto che stupisce ancora oggi. Un transatlantico aveva la velocità di un motoscafo di oggi, uno dei più veloci. Ma non planava sulle onde, spostava il mare tutto insieme, di forza, con una energia mostruosa e la pretesa di fare trenta nodi. Una pazzia. Ma realizzata con regolarità. Eppure i passeggeri, dall’alto dei ponti, potevano permettersi di considerarlo naturale, come tante altre cose niente affatto scontate.
Nel suo interno il gigante aveva folle di personale che provvedevano a tutto, dal cucinare e servire come ci si aspetta che debba farlo un gran ristorante, a intrattenere gli ospiti, farli divertire e infine consentire il riposo in una cabina curata nell’arredo e nel servizio. L’involucro collettivo era disegnato da architetti famosi, con repliche di lussuosi palazzi, meticolose creazioni di abili artigiani, tutto con l’obiettivo di accogliere, intrattenere, far sognare, attività fra le più evolute della mente umana. Tutto con naturalezza.
Considerare naturale quello che non lo è, risulta un modo di porsi superiori alla vita, alle difficoltà, alla prosa del quotidiano. Prima ancora che con gli altri, funziona con se stessi, fa sentire diversi, oltre. E’ una grande soddisfazione. Poi, per anticipare la noia, ci si può anche interessare della nave in sé, andare in curiosa esplorazione dei suoi meandri, di aspetti che stupiscono e che si possano raccontare. E’ quello che possiamo fare anche noi: esplorare i dettagli di alcuni transatlantici italiani.
Ma non sarà più come allora
Troppe cose sono cambiate, il mondo, la gente, lo stile. Il viaggio è divenuto un fastidioso passaggio, un male necessario da minimizzare. Meglio l’aereo per non perdere giorni di vacanza o di lavoro. Così ci si trova a destinazione con il corpo e la mente che non sono nemmeno partiti. Meglio: ci si sente come a casa, anzi si telefona a qualcuno. Dove sei? Come se avesse importanza. No. Salpare è proprio un’altra cosa.
Ma oggi salire su una nave non è più come una volta, dal traghetto che ti trasloca con l’auto al seguito, alla nave che vuole farti divertire girando intorno. Invece una volta necessità e piacere erano fusi insieme, potevi abbandonarti e stare bene senza sensi di colpa. Visto che lo dovevi fare, tanto valeva farlo bene. Infinitamente lontano dalla mentalità di oggi dove si preferiscono trasferimenti sofferti purché brevi a viaggi lunghi e piacevoli.
Ti rilassavi perché dovevi farlo e ci volevano tot giorni. Nessuno pensava a farti viaggiare per niente e nemmeno a liberarsi di te prima possibile. Chi doveva viaggiare incontrava chi si divertiva a viaggiare, però avevano tempo per conoscersi e scegliersi, non erano mica obbligati a parlare al vicino di posto in business class. Era come stare a lungo in una piccola città selezionata dove avevi qualcosa da dire a tutti e occasioni per farlo, quel tanto di complicità e la scusa di non avere niente da fare. Non è come trovarsi su un torpedone volante dove paghi anche lo spazio per stendere le gambe.
Potevi scegliere se startene da solo o in piacevole compagnia, senza annusare le ascelle di uno sconosciuto. Potevi cambiarti d’abito, adattandoti al fresco vento dell’oceano, con il bavero alzato della giacca, come si fece ritrarre Cary Grant sul Conte di Savoia.
Non c’è altrettanto stile nei jet e nei treni superveloci. Le sigarette facevano male ma duravano poco, consumate dal vento. Potevi anche andare al coperto, ad ammirare il salone barocco o liberty che certo era unico e non prestampato in serie. Non desideravi essere un nano quando cenavi, perché un vero cameriere ti serviva vere ricette da chef, in veri piatti di ceramica, con vere posate, che non avresti mai fregato. Lo stile ti veniva naturale perché c’eri dentro.
Anche dire una cosa banale, come “vado nella mia cabina”, non ha paragoni odierni, nessun altro equilibrio di naturalezza, eleganza, esclusività, concisione (che lascia intendere tutto). Certo qualche volta “ballavi”, forse più che altrove, ma il temporaneo malessere creava solidarietà e poi sollievo condiviso, lo stato d’animo adatto perché sbocciasse qualcosa di promettente.
Alla fine del viaggio eri triste quando sbarcavi. Anche il viaggiatore di oggi è triste, ma per le sofferenze che lo aspettano prima di arrivare a destinazione.