Trentoincina

Storie di uomini e di navi

La mancanza del sonar

La pratica dimostrò che l’idrofono era utile soprattutto per i sommergibili, mentre il sonar era indispensabile per una efficace lotta antisom navale. Il sonar non richiedeva di fermarsi o di fare silenzio, permetteva al cacciatore di mantenere indefinitamente il controllo del sommergibile anche dopo che si era immerso, impedendone la fuga per ore, fino all’esaurimento dell’autonomia, costringendolo a riemergere per i danni o distruggendolo.

Cosa c’è sott’acqua?

L’acqua è una sostanza molto più densa dell’aria, una barriera insuperabile per la vista e le onde radio. Bastano pochi metri d’acqua e quello che si trova sotto diviene invisibile, anche per il radar. Nell’acqua però si propagano molto bene le onde sonore, meglio che nell’aria. E’ infatti sufficiente l’ascolto dei rumori sott’acqua per sentire nitidamente le macchine di un sommergibile o di una nave anche molto distante.

Idrofono e Sonar

Nella Prima guerra mondiale nacque così l’idrofono, un mezzo “passivo” per amplificare il suono emesso dal sistema di propulsione di una nave o di un sommergibile, rivelandone la presenza. Per ovvi motivi l’ascolto richiedeva silenzio, cioè non ci dovevano essere rumori di fondo e di conseguenza bisognava ridurre al minimo anche i propri rumori e movimenti. Con attenzione ed esperienza si poteva riconoscere la presenza, più o meno vicina, e il tipo di rumore, anche se la posizione non era definibile con precisione.  Era il mezzo adatto a un sommergibile che, fermandosi un attimo, volesse sapere se vi erano prede nei dintorni: comunque doveva affiorare per individuare esattamente distanza e rotta della potenziale vittima.  Oppure poteva essere usato da un sommergibile, fermo e totalmente silenzioso per sfuggire alla caccia, cercando di capire se la nave attaccante si allontanasse, per riemergere. Era anche lo strumento con cui una piccola imbarcazione poteva fare sorveglianza foranea di un porto per scoprire sommergibili che si avvicinassero per tendere agguati al traffico.  Quest’ultima soluzione si applicava soprattutto all’uso statico dei sommergibili, come “boe offensive”, appostati nei punti di passaggio, come nella Prima guerra mondiale. L’idrofono, piccolo e poco costoso, si poteva installare su un gran numero di piccole unità per un controllo capillare delle tante zone esposte della costa italiana.  Ma la necessità di sospendere la marcia e stare in silenzio per l’ascolto, lo rendeva poco adatto per una nave, quasi ferma e ben visibile: sarebbe stata un facile bersaglio. Tra le due guerre mondiali l’idrofono venne perfezionato, con miglioramenti di amplificazione e portata (fino a 20 km), sempre però soggetto alle limitazioni del segnale originario.

Idrofono e Sonar/Asdic ; deviazione del segnale sonoro per le differenze negli strati subacquei

Idrofono e Sonar/Asdic ; deviazione del segnale sonoro per le differenze negli strati subacquei

Nacque così anche il sonar, chiamato ecogoniometro o peritero in Italia. Sonar è un termine americano acronimo di Sound Navigation And Ranging, mentre i britannici lo chiamavano ASDIC, ovvero Anti Submarine Detection Investigation Committee. Il sonar era un mezzo “attivo” (concettualmente analogo al radar) che emetteva attivamente un segnale sonoro subacqueo. Quando colpiva l’eventuale sommergibile immerso, con il classico “ping”, restituiva l’eco che stabiliva posizione e profondità del battello nascosto. Non era necessario stare fermi, anzi ci si dirigeva alla massima velocità sul punto indicato dallo strumento, dove venivano lanciate le bombe di profondità che danneggiavano il sommergibile, perché esplodevano abbastanza vicine.  A differenza del radar, che era stato una novità inattesa, il sonar era già noto e disponibile sul mercato dal 1924. La Marina italiana acquistò e sperimentò a lungo lo strumento, acquisendo eccellenti conoscenze sulla deviazione del segnale negli strati dell’acqua, secondo salinità, temperature e stagioni. Purtroppo, per le irregolarità riscontrate e per la limitata portata dello strumento (sotto i 2000 metri), si abbandonò questa soluzione, disperdendo esperienze e tecnici, e si tornò sull’idrofono: una scelta sbagliata. Nel 1937 si riaccese l’interesse, dovendo però ripartire da zero. Il primo sonar sperimentale della ditta Safar fu provato nel 1939 sul cacciasommergibili Albatros, anch’esso prima unità sperimentale. Ma ritenendo che il sonar servisse più ai sommergibili che alle navi, non si commissionò una produzione in serie per le navi.

Senza il sonar in guerra

Solo in guerra, con l’intenso traffico dei convogli da scortare, ci si accorse della necessità antisom e fu quindi richiesto aiuto ai tedeschi di fornire i sonar, da loro già adottati. Così, solo nel 1942 furono disponibili i primi sonar tedeschi e nazionali per le navi italiane. Mancavano ancora i tecnici capaci di installarli e mantenerli, oltre che quelli per usarli. Infine, solo a fine guerra si ebbero tecnici e mezzi per sviluppare le apparecchiature sussidiarie al sonar, fondamentali per condurre attacco e bombardamento (tutte disponibili nelle marine avversarie sin dal primo anno di guerra). Pertanto, si può affermare che la Regia Marina fece la guerra quasi senza sonar.

Probabilmente tecnologia, costi, e personale relativo, da replicare su ogni unità navale, portarono la Marina italiana a preferire l’idrofono, ritenendo che fosse comunque valido e conveniente. Anche le limitazioni di bilancio ebbero il loro peso, come pure le difficoltà autarchiche di fornitura. In realtà la guerra subacquea nella Seconda guerra mondiale fu ben diversa dalla guerra precedente, e la Regia Marina, pur cresciuta di dimensioni e mezzi, non aveva sviluppato aggiornate strategie di impiego dei sommergibili e della lotta antisommergibile. I due aspetti erano collegati perché ognuno poteva suggerire all’altro minacce da evitare e contromisure da adottare. Invece i sommergibili italiani in guerra conseguirono risultati al di sotto delle attese, per direttive di impiego e caratteristiche tecniche delle unità, superate e non adatte alle nuove esigenze dinamiche. Spesso pagarono cara la propria aggressività con dolorose perdite senza scampo, proprio a causa del sonar avversario.

Anche la lotta antisom italiana conseguì limitati successi, concentrandosi solo sulla tempestività del contrasto, ovvero solo dove c’era avvistamento del sommergibile nemico o si poteva dedurre dov’era ancora, grazie alla scia del siluro. Magari si tentava lo speronamento. Altrimenti, non disponendo del sonar, non si sapeva più dove fosse e si lanciavano qua e là bombe a scopo dissuasivo che però non ottenevano alcun effetto. Pensare di scoraggiare il sommergibile nemico non era molto sensato e risolutivo, perché ci avrebbe riprovato. Era una visione assai diversa dai britannici, che consideravano il tentativo di siluramento come una occasione rivelatrice da sfruttare per la distruzione definitiva del sommergibile: volevano quindi uno strumento sicuro per centrare le bombe. Le unità italiane di scorta speravano invece nell’intuito e nella fortuna per distruggere o allontanare il nemico ma i successi che dichiaravano erano stimati (solo a guerra finita si è potuta verificare l’efficacia). In ogni caso, senza il sonar gli italiani non erano in grado di praticare caccia prolungata. Forse i maggiori risultati antisom italiani furono ottenuti con le mine (circa 50.000) a cui si potrebbero attribuire i sommergibili britannici scomparsi per causa ignota (una ventina).

La pratica dimostrò che l’idrofono era utile soprattutto per i sommergibili, mentre il sonar era indispensabile per una efficace lotta antisom navale. Il sonar non richiedeva di fermarsi o di fare silenzio, permetteva al cacciatore di mantenere indefinitamente il controllo del sommergibile anche dopo che si era immerso, impedendone la fuga per ore, fino all’esaurimento dell’autonomia, costringendolo a riemergere per i danni o distruggendolo. Questa conduzione, abbinata con la lotta antisom aerea (sostanzialmente assente da parte italiana), costituì una efficace risposta britannica agli attacchi subacquei. Tutto ciò rendeva discriminanti alcune prestazioni dei sommergibili: tempo di immersione, velocità e manovrabilità, profondità massima. Fattori difficili da migliorare, per i quali i battelli italiani erano inferiori a quelli tedeschi. Chi si immergeva in tempo, se si spostava rapidamente e poteva andare più fondo, aveva più margine di tempo per allontanarsi dagli ordigni prima che scendessero alla quota impostata per lo scoppio.

Il cacciasommergibili Albatros e il sonar

Nel 1935 venne consegnata alla Marina un “cacciasommergibili”, prototipo di una classe di unità antisom che rimase esemplare unico e sperimentale. Dislocava 500 tonnellate e non superava i 25 nodi (ritenuti adeguati, anche se ci voleva un maggior spunto di velocità per cacciare un sommergibile), con 52 uomini di equipaggio. Venne ritenuto non del tutto soddisfacente per scarsa robustezza e tenuta al mare. Su di esso vennero installati in via provvisoria idrofoni e sonar (senza integrazione con altri apparati sussidiari per la caccia). Venne impiegato in guerra come unità specializzata antisom. Il Comandante segnalò che, tra idrofoni inutili o non utilizzabili e sonar smontato e portato via dai tecnici, l’unità si trovò per diverso tempo totalmente sprovvista di apparati di ricerca antisom, anche in occasione di una missione di scorta, dove fu costretta al lancio di bombe, ritenendo di aver colto un successo, peraltro non confermato. Comandante e personale tecnico non avevano istruzioni precise sul corretto impiego, tanto da ritenere di dover utilizzare il sonar a nave quasi ferma (come se usassero un idrofono!), nonostante lo strumento potesse dare ottime prestazioni anche a 12 nodi.

RN Albatros via Wikipedia - Pubblico dominio https://it.wikipedia.org/wiki/File:RN_Albatros.jpg

RN Albatros via Wikipedia – Pubblico dominio https://it.wikipedia.org/wiki/File:RN_Albatros.jpg

Il 27 settembre 1941 l’Albatros salpò da Messina con due ufficiali tedeschi per incontrarsi con un sommergibile tedesco. Giunto in anticipo, iniziò a 6 nodi una ricerca col sonar e i due tedeschi scesero nei locali per vederne il funzionamento. Alle 9.02 fu avvistato un siluro in arrivo (lanciato dal sommergibile britannico Upright). Il Comandante ordinò una accostata che fu troppo lenta, per la bassa velocità della nave. Il siluro colpì in plancia l’unità, spezzandola i due: la parte prodiera affondò subito, l’altra dopo 5 minuti.  Delle 83 persone a bordo ne morirono 35, tra cui i due ufficiali tedeschi. Si perse anche l’intera documentazione tecnica delle sperimentazioni. Sappiamo, da parte britannica, che la nave procedeva a 4-5 nodi in modo costante e che il segnale sonar cessò con l’esplosione del siluro. Lo scetticismo dei tedeschi sulla ricerca sonar a lento moto trovò dunque tragica conferma. Eppure, anche le nuove corvette italiane della classe “Gabbiano” vennero dotate di una motorizzazione supplementare elettrica per la caccia silenziosa, possibilità che i tedeschi non apprezzarono.

La manovrabilità, velocità e profondità massima di un sommergibile aumentavano la possibilità di sopravvivere alla caccia

La manovrabilità, velocità e profondità massima di un sommergibile aumentavano la possibilità di sopravvivere alla caccia

Conclusioni

 Come si è visto, alla Marina italiana non mancò soltanto il radar. Anche il sonar fu usato poco e tardi: peccato perché era uno strumento bellico ugualmente necessario. Le due storie hanno aspetti in comune, che suggeriscono cause analoghe e non semplice casualità sfortunata. In entrambi i casi si affrontò la materia (con studi, esperimenti, prototipi) ma si sottovalutò l’importanza strategica e di fronte alle difficoltà, inevitabili per ottenere e rendere operativi strumenti complessi, si abbandonò il lavoro fatto, quasi fosse una perdita di tempo. Come se la ricerca e affinamento non dovessero continuare anche durante la guerra. Ai vertici si era esigenti e impazienti nell’ottenimento di risultati, pressati da una guerra che si avvicinava e che si credeva sarebbe stata rapida. Si ripiegò quindi su mezzi più limitati ma già disponibili. Sembrava che la cosiddetta preparazione dovesse concentrarsi più sulla quantità che sulla qualità e ricerca, anche perché era diffusa l’idea che la nuova guerra avrebbe continuato tecniche e approcci della precedente. Per ristrettezze di bilancio, difficoltà tecniche di fornitura o per semplici errori di valutazione, si ripiegò su soluzioni insoddisfacenti e alla fine ci si trovò ad affrontare il conflitto senza gli strumenti necessari. La collaborazione con i tedeschi iniziò con una orgogliosa autosufficienza indipendente, senza curiosità reciproca, e quando ci si trovò in difficoltà, ci si rivolse ai tedeschi per avere quello che mancava (una quarantina di sonar) ma si arrivò abbastanza tardi a un uso efficace. Semmai stupisce quanto si riuscì a fare, penalizzati da tali lacune.

Comunque, anche i britannici ebbero i loro problemi nell’uso dei sommergibili. Erano ottimisti sapendo che italiani e  tedeschi usavano solo l’idrofono ma persero subito due sommergibili che avevano effettuato attacchi a unità tedesche in acque poco profonde (Undine, Starfish).  Poi, con l’entrata in guerra dell’Italia, scoprirono che gli italiani usavano efficacemente il rilevamento goniometrico dei messaggi radio per individuare la posizione dove cercare il sommergibile (perdita dell’Oswald). Furono dunque costretti a limitazioni nell’uso della radio.  I britannici giudicarono negativamente il loro impiego  dei sommergibili contro gli italiani negli ultimi 6 mesi del 1940 per le troppe perdite rispetto ai risultati.  Ritennero di avere impiegato sommergibili troppo grandi e con equipaggi poco esperti, provenienti dall’Oceano Indiano e dall’Estremo Oriente. Nel 1941 si sarebbero orientati verso unità più piccole come la classe U, più adatta al difficile teatro mediterraneo. Ebbero perdite elevate, soprattutto per le mine, ma riuscirono a svolgere attività insidiosa e nascosta con grandi risultati sull’intenso traffico mercantile italiano , contro unità da guerra e contro i sommergibili italiani, spesso colpiti di sorpresa in superfice. Quando gli italiani iniziarono a usare con successo le prime unità dotate di sonar, l’andamento della guerra mediterranea era ormai deciso.

E’ abbastanza interessante leggere i rapporti dei Comandanti delle prime unità italiane con il sonar.  Mancavano collegamenti automatici tra il sonar e altre misurazioni (es. girobussola), rendendo tutto manuale, compresa la difficoltà di intendersi con i tecnici poco abituati al linguaggio matematico e marino. C’era una difficile coesistenza con le altre unità sprovviste di sonar, che intralciavano e rendevano pericoloso, con i loro ordigni, il lavoro dell’unità sonar. Ognuna faceva caccia individualmente. Gli aerei da ricognizione coinvolti comunicavano con bombe e mitragliate, non potendolo fare con la radio. In seguito, con gli americani, si sperimentò la caccia antisom concepita come lavoro di squadra, la priorità data alla caccia rispetto alla scorta.

Per approfondimenti si consiglia: La lotta antisommergibile (USMM Roma 1978), Uomini sul fondo di G. Giorgerini, British Submarines 1939-45 e U-boat Tactics in ww2 della Osprey.