Trentoincina

Storie di uomini e di navi

Radiotelegrafista Vittorio Dini

Radiotelegrafista del Trento – II

Mi piace che la mia foto stia su Trentoincina, vicino agli amici. Perché con la fantasia, potrei rallegrarli facendo ascoltare qualche disco di allora a quarantotto giri. Già, perché era compito nostro nelle ore di “cessato lavoro”, a turno, trasformarsi in D.J. e inviare musica agli altoparlanti di prua che, mettendo al bando per un po’ i cattivi pensieri, si trasformava in allegra sala da ballo. Ricordo, fra tutti i bravi ballerini, spiccavano due viareggini, che imitavano Fred Astaire

Vittorio Dini sul Trento, Trieste, Gorizia, Gioberti, Scillin,…(navi sfortunate)

Dal "Libretto personale" del RadioTelegrafista Vittorio Dini

Dal “Libretto personale” del RadioTelegrafista Vittorio Dini

Ringraziamo Vittorio Dini per le testimonianze e ricordi che ci ha gentilmente trasmesso.

In cima al molo

Vittorio passeggia fino in cima al molo di Viareggio, da cui può guardare il mare e conversare con gli amici. Assieme ad altri ricorda episodi del conflitto mondiale, quando era un Radiotelegrafista. Ascoltiamo anche noi i suoi frammenti di memorie, dettagli che si intrecciano con fatti storici noti. Le nostre richieste stimolano a ricordare e questo completa la narrazione con altri particolari. Vittorio fu imbarcato sugli incrociatori Trento, Trieste e Gorizia, sul caccia Gioberti, sul piroscafo Scillin, ed è stato fortunato a poterci trasmettere le sue esperienze perché tutte queste navi furono colpite o affondate. Certamente si parla di Storia già scritta e documentata ed è quindi normale considerare meno importanti i punti vista personali dei testimoni, quasi fossero solo accessori che al massimo confermano i fatti senza aggiungervi molto. Eppure la presenza di esseri umani, le loro situazioni, la normalità abbinata con il dramma rende tutto più vero, come fosse accaduto ora.

Le posizioni approssimate del Trieste e del Gorizia presso La Maddalena in Sardegna, distanziati per non concentrare in un solo punto i possibili obiettivi; foto aeree USA del bombardamento

Le posizioni approssimate del Trieste e del Gorizia presso La Maddalena in Sardegna, distanziati per non concentrare in un solo punto i possibili obiettivi; foto aeree USA del bombardamento

Bombardamento dell’Incrociatore Gorizia

Vittorio, dopo essere stato su Trento e Trieste, salì sul Gorizia nel novembre 1941, partecipò ai due scontri della Sirte e alla battaglia di Mezzo Giugno 1942, rimanendovi fino all’estate del 1943.

Vorrei precisare che non sono sempre stato in Protetta (la stazione radiotelegrafica al chiuso, difesa da corazzatura), ma sul Gorizia un bellissimo giorno fui promosso alla plancia. Per me migliorò tutto: addio alla claustrofobia, ero all’aria aperta , vedevo il mare, stavo gomito a gomito con la cifra (gli addetti alla codifica/decodifica dei messaggi tra RT e Comandante).”

10 aprile 1943. Bombardieri quadrimotori americani bombardarono gli incrociatori Trieste e Gorizia ancorati alla Maddalena in Sardegna. Il Trieste venne affondato e il Gorizia fu gravemente danneggiato. Fu poi trasferito alla Spezia tre giorni dopo e messo in bacino.

Dovevamo andare a giocare a calcio. Non era proprio una partita ma solo una sgambata per avere un po’ di distensione, obbligatoria per noi R.T. L’ormeggio era molto lontano dalla città (il Trieste era più vicino) ed essendoci li vicino una spianata con un campo, per modo di dire, si andava a sgranchirci le gambe. Io ero proprio fra quelli che dovevano andare a giocare a calcio. Quando suonò l’allarme aereo, mentre qualcuno era già sulla motobarca e altri scendevano dal barcarizzo, io ero ancora a bordo. Quegli allarmi si susseguivano in continuazione e quindi ci si interrogò cosa fare, finché il “padrone” della motobarca disse che era meglio aspettare. E furono parole sante. Io mi incamminai, come al solito per salire in plancia quando a metà strada cominciarono a sparare i cento (i cannoni antiaerei). Io con le ali ai piedi feci appena in tempo a giungere in plancia che cadde la “grandine”. La motobarca e il barcarizzo furono sbriciolati. Da lì fino alla torre tre sul lato sinistro della nave fu tutto un buco.
Il Gorizia fu colpito da tre bombe. Due sull’ala sinistra della nave che trovarono il ponte di batteria più duro di loro, che non si fece perforare, e che pur avvallandosi quasi fino al galleggiamento, non fece entrare un goccio d’acqua nello scafo. La terza cadde sulla torre tre. Nella parte posteriore della torre, il lastrone corazzato a semicerchio si staccò schiacciando dei poveretti che sotto avevano trovato rifugio. Fu difficile liberarli e uno ci lasciò le gambe che furono tolte a La Spezia. Il Gorizia riuscì ad arrivarci con le proprie eliche.”

Al momento dell’armistizio il Gorizia fu catturato alla Spezia dai tedeschi. Alla fine della guerra era semiaffondato, piegato sulla dritta. Fu recuperato e demolito. Sull’Incrociatore Gorizia avevamo già pubblicato una testimonianza.


Il piroscafo Scillin

A questo piroscafo italiano, affondato con prigionieri inglesi a bordo, dedichiamo una pagina con il retroscena dello spionaggio. All’inizio del racconto si trovava in nord Africa, ma come era giunto là? Ce lo spiega Vittorio.

Era durante il mio periodo di imbarco sul Gorizia. Un giorno io, un altro R.T., un segnalatore, un motorista, un direttore di macchina, due o tre ufficiali di plancia, fummo “impacchettati”, portati alla stazione di Messina e via senza sapere nulla di nulla. A Palermo ci caricarono su un camion da trasporto e ancora via fino a Trapani. Finalmente si seppe cosa dovevamo fare. Traghettare lo Scillin, questa nave civile militarizzata fino a Tripoli. E così fu. Lo Scillin aveva il suo equipaggio adeguato in tutto e per tutto che era si militarizzato ma sempre civile: però dovendo navigare da solo aveva bisogno di consigli militari. Lo scopo non era portare di la lo scafo ma bensì il carico, importantissimo, e la strategia doveva essere quella di non dare nell’occhio, navigando fuori dal convoglio. Finiti i preparativi, la sera, partenza scortati. Per poco, perché poi restammo in totale solitudine. Dopo tre giorni e tre notti giungemmo a Tripoli. Un aereo ci prese e ci riportò in Sicilia. Mi sembra di ricordare che il R.T. civile che avevamo aiutato si sia salvato.
Dopo questo successo, encomio solenne ai partecipanti e poi perchè non riprovare?…”

Dunque lo Scillin era un piroscafo isolato e senza scorta, con l’equipaggio civile assistito da militari, su una rotta pericolosa. La modalità di convocazione dei membri militari dell’equipaggio e la navigazione fuori convoglio dimostrano la ricerca di riservatezza, accortezza dovuta ai numerosi affondamenti di quel periodo, attribuiti alle spie. Ma in un viaggio di ritorno lo Scillin sarà comunque intercettato e silurato.

Cacciatorpediniere Gioberti

In altra pagina approfondiremo attività in guerra e affondamento del Gioberti (spezzato in due da un siluro..

Per mia fortuna, il giorno dell’affondamento del Gioberti non ero a bordo. Ricordo che qualche giorno prima di sbarcare, il Gioberti era quasi giunto a La Maddalena quando vedemmo due colonne d’acqua sulla destra. Erano due siluri (lanciati contro di noi) che esplosero contro la terra che stavamo costeggiando. Subito messi in allarme, cercammo il sommergibile per lo speronamento che non poté avvenire, poi lanciammo le bombe di profondità. Entrammo infine ad ancorarci proprio là dove avevano bombardato il Gorizia. In seguito, quando Supermarina confermò che il sottomarino era stato affondato, il Comandante offrì due giorni di licenza premio. Però io li ho persi.
Dopo l’affondamento del Gioberti, avvenuto durante la mia sosta a terra, ricordo le facce stupite dei tanti amici e anche miei paesani che mi incontravano dopo il fatto. A La Spezia si mettevano le mani nei capelli come se vedessero un fantasma. Un mio paesano, mi raccontò che gli R.T. si salvarono tutti, compreso quello che mi aveva sostituito. Il disastro fu dalla metà verso poppa.
Ricordo anche ” Alina “, una simpatica cagnetta che percepiva il pericolo. Quando vedeva un po’ di confusione tremava tutta e ci faceva pipì sulle scarpe. Chi sa che fine abbia fatto!”

La presenza di una mascotte, generalmente un cane, era abbastanza frequente a bordo delle navi, un animale che seguiva le sorti dell’equipaggio, un elemento di diversità e distrazione nella vita quotidiana, oggetto di attenzione e simpatia da parte di tutti.
Il relitto del Gioberti, nei due tronconi in cui si spezzò, si trova là sotto, presso Punta del Mesco. Una tomba per diversi marinai, non sappiamo quanti. Forse qualcuno conosce il punto dove giace.

La fine del Gioberti, spezzato in due (interpretazione di una foto dell'affondamento)

La fine del Gioberti, spezzato in due (interpretazione di una foto dell’affondamento)

Trento e Trieste

RT Vittorio Dini, classe 1922

RT Vittorio Dini, classe 1922

Vittorio si alternò più volte su questi incrociatori della stessa classe, sin dal marzo 1940. Nel chiuso della stazione radiotelegrafica “Protetta”, visse Punta Stilo, Capo Teulada, l’affondamento del convoglio Duisburg, oltre che essere a bordo durante la notte di Taranto. Ci ha raccontato diversi particolari della sua esperienza R.T., rispondendo alle nostre domande.

Una piccola finestrella sul Trento.

Proseguono le nostre interessanti conversazioni con un testimone delle esperienze di guerra sull’Incrociatore Trento e su altre unità della Regia Marina. Racconti brevi, spontanei e ricchi di particolari, sempre piacevoli da ascoltare. Come nelle altre pagine già pubblicate, ricordiamo che il RT Vittorio Dini visse all’interno della “stazione protetta” alcune battaglie del Mediterraneo; fu imbarcato sugli incrociatori Trieste e Gorizia, sul cacciatorpediniere Gioberti e sul piroscafo Scillin, navi che furono tutte affondate o danneggiate, ma Vittorio è arrivato indenne fino a noi, oggi.

“Questa volta racconterò di una finestrella “passo d’uomo” che si intravedeva dalla protetta del Trieste. Premessa: a noi “chiusi” chi ci informava dell’andamento della navigazione? Era la stessa nave. Cioè, quando i giri delle eliche erano costanti voleva dire “Va tutto bene”; quando acceleravano “preallarme”, quando l’aumento dei giri era rapidissimo e con una sbandata a destra o sinistra, voleva dire “Siluro contro di noi”, che per fortuna mia è sempre passato di poppa. Torno alla finestrella. Era ubicata alla base della torre tre e quando si spostava ci avvisava che la torre “brandeggiava” a destra o a sinistra, ovviamente per sparare. Tutto questo per spiegare la nostra angoscia quando la vedemmo girare di NOTTE. Sì, perché era la prima volta che accadeva. Era la notte del convoglio Duisburg. Furono sparate varie salve, e mi risulta che siano state le uniche in notturna.”

Ricordiamo per i nostri visitatori che Trento e Trieste, scorta indiretta (a distanza) del Convoglio Duisburg, non riuscirono a impedire la distruzione del convoglio, spararono contro gli attaccanti britannici e ne tentarono l’inseguimento senza successo. L’inefficacia dei due incrociatori (difficoltà nell’aumentare la velocità e rotta seguita) fu oggetto di critiche e polemiche, argomento che affronteremo in altra occasione.

“Un altro ricordo relativo alla finestrella. Navigazione regolare, eliche a giri di crociera, niente rollii ne beccheggi, traffico radio calmo, quando una telefonata dalla plancia ammiraglio dice al C.P. di far salire un R.T. libero dal servizio. In quel momento ero libero io! A dirlo è facile, ma come salire se eravamo sigillati con dei portelloni pesanti quintali, che per alzarli ci voleva il paranco a quattro uomini al disopra del ponte? Idea luminosa! Se quella finestrella dà al deposito munizioni, e se i pezzi da 203 salgono fino alla bocca dei cannoni, perché il sottoscritto non può fare la stessa via? Detto e fatto fu la stessa cosa. Mi infilarono dentro, mi presero in consegna gli addetti alla “noria”(ascensore per proiettili) che, facendo il passamano, mi issarono fino alla torre tre. Pensa alla sorpresa degli addetti alla torre in assetto di combattimento quando videro spuntare la mia testa. Dopo tanti anni ho ancora presente la risata liberatoria di quei ragazzi. Ricordo anche la ventata di aria fresca e salmastrosa che provai all’uscita della torre.”

Vittorio (in primo piano) nella Stazione radio protetta dell'Incrociatore Trento e la posizione approssimativa (vicino alla torre tre a poppa)

Vittorio (in primo piano) nella Stazione radio protetta dell’Incrociatore Trento e la posizione approssimativa (vicino alla torre tre a poppa)

In combattimento sull’Incrociatore Gorizia.

“C’era una volta, tanti tanti anni fa l’incrociatore Gorizia. Mentre navigava nel golfo della Sirte successe che il personale della plancia ammiraglio, e quello sotto della plancia comando, stavano in assoluto silenzio. Silenzio dovuto al fatto che che aspettavano la fine e il relativo principio. Ora spiego il perché: tutti sapevamo che il nostro Ammiraglio con tutta la sua Terza divisione poteva scontrarsi con le Forze di un certo Cunningham, e che poteva essere pericoloso! Dunque aspettavano la fine di quell’angoscia che nessuno ha mai descritto, perché non esistono aggettivi né parole per darne la minima idea, di quel minuto, ora, tre ore che precedono il primo tiro. Ora l’inizio ! Ruppe il silenzio una voce imperiosa rivolta a Me. “A tutti pennello due” ( tradotto: “Navi nemiche in vista” ). Le plance si rianimarono. Dopo parlai io: “Pennello due, Tutti ricevuto”. Dopo un po’ : “India Tango all’ordine” ( tradotto: “iniziate il tiro al via” ) e ancora dopo poco altro comando: “Esecutivo”. Ed io con il mio tasto telegrafico feci ” Ti Ti Ti Ta Ti Ta ” . Dirò che al primo ” Ti “, solo per una frazione di secondo ebbi l’impressione di aver fatto saltare in aria la nave! L’Esecutivo era valido anche per la nave cui ero sopra! Si trattava della “SIRTE DUE” .”

Interessante racconto, ricco di piccoli particolari che ci portano nella realtà di quei drammatici momenti. La tensione doveva essere al massimo e il rumore delle artiglierie sarà stato notevole, così vicino, vibrazioni incluse.

Imbarchi importanti, si notino le date e i nomi delle navi.

Musica da ballo sul Trento; Vittorio sbarca dal Gioberti.

“Mi piace che la mia foto stia su Trentoincina, vicino agli amici “Marinai del Trento”. Perché con la fantasia, potrei rallegrarli facendo ascoltare qualche disco di allora a quarantotto giri. Già, perché era compito nostro nelle ore di “cessato lavoro”, a turno, trasformarsi in D.J. e inviare musica agli altoparlanti di prua che, mettendo al bando per un po’ i cattivi pensieri, si trasformava in allegra sala da ballo. Ricordo, fra tutti i bravi ballerini, spiccavano due viareggini, Renzo e Battistoni che imitavano Fred Astaire (senza Ginger Roger ). Quando era il mio turno, ogni cinque dischi ci infilavo “Conosco una fontana”. Poi, il mio rammarico va anche a quelle due pile di dischi alte un metro. Un vero peccato, penso, anzi sono certo, che si saranno sciupati tutti. La musica, sul Trieste era meno sentita e sul Gorizia ancora meno.”

Non si può fare a meno di pensare che quei neri dischi di vinile saranno ancora là a circa quattromila metri di profondità, gran parte in pezzi ma altri ancora integri, coperti di detriti e sedimenti. Molte altre cose saranno nei dintorni del relitto, come abbiamo già visto nelle esplorazioni, riprese e raccolta di reperti sul relitto del Titanic, che una volta si pensava irraggiungibile (a profondità paragonabili). Assurdi pensieri? Forse, ma le cose e le persone vivono sempre, anche in noi.

“Vorrei spiegare perché sbarcai dal Gioberti. A Spezia, durante un bombardamento e nel rifugio, mi imbattei nei naufraghi del Gioberti che con bonaria ironia mi chiesero quanti ammiragli mi ci fossero voluti per sbarcare. Essendo la domanda giusta gli spiegai questo: non appena rimisi piede sul Gorizia mi chiamò il Comandante e con fare gentilissimo, quasi da pari grado, mi spiegò che fu un errore dovuto a non aver considerato (o che fosse arrivata in ritardo) una circolare emanata dal Ministero Marina che testualmente affermava che chi avesse compiuto tre anni d’imbarco in guerra doveva essere destinato a terra. E aggiunse: “Guarda, per riposarti andrai su alla DICAT (Centrale della contraerea di Spezia) e via radio ci terrai informato sugli allarmi”. Fu così per pochissimi giorni perché l’otto settembre tutti a casa. Il nove a mezzogiorno ero già a Viareggio. Se l’ho fatta lunga chiedo scusa ma ci tenevo che si sapesse.”

Quando Vittorio disse che era stato sul Gioberti, subito pensammo alla drammatica fine del cacciatorpediniere, spezzato in due dal siluro di un sommergibile. Ma Vittorio, per sua fortuna non era a bordo quel giorno. Non era un raccomandato: aveva solo colto i vantaggi di un provvedimento che voleva assicurare un giusto ricambio, evitando di esporre troppo ai rischi della guerra le stesse persone.

Vittorio Dini e la tessera di riconoscimento del Gioberti

Vittorio Dini e la tessera di riconoscimento del Gioberti

L’Armistizio: 8 settembre 1943

“Se come dici, mi esprimo con naturalezza, continuo. Credimi che la naturalezza mi deriva dal fatto che che non ho mai aggiunto ne aggiungerò mai una sola parola in più per abbellire il discorso. Io, l’otto settembre ero ancora imbarcato sul Gorizia, dove ho lasciato tutto il mio vestiario, su alla Dicat risultavo in trasferta e da li potevo vedere tutto il golfo, da Lerici a Portovenere, tutte le navi in rada, tutto l’Arsenale, la città, la stazione ferroviaria.
Quel giorno risposi al telefono e una voce concitata mi ripeteva di accendere la radio(EIAR). A questo punto devo precisare che che la centrale Dicat, e credo tutte le batterie antiaeree, non erano della Marina bensì della MILMART. Dunque alla radio parlò Badoglio e così fu l’inizio della fine. Sorvolo su quello che successe a quanta notizia! Ma non posso tacere cosa dissi quando vidi dei fil di fumo uscire dai fumaioli di tutte le navi in rada che conoscevo benissimo. Ricordo la maestosa ROMA che faceva da chioccia alle altre facendole diventare dei gozzi. Allora dissi “State attenti … Questa volta io non ci sono. State attenti” “

Eccoci dunque all’armistizio, il traumatico evento che formalizzava la sconfitta dell’Italia, che coglieva tutti di sorpresa nei tempi e modi. Dal suo luogo di osservazione Vittorio seguiva l’evoluzione della situazione. Vedeva anche la gigantesca Roma pronta per salpare e che non sarebbe mai più tornata.

“Non appena Badoglio ebbe terminato il suo discorso cominciarono fra noi tanti interrogativi, tante domande ma nessuna risposta. Pensavamo che la guerra per noi doveva essere finita, ma i tedeschi? Non ci restava altro che attendere gli eventi. Venne sera, passammo la notte guardinghi, tutto calmo fino al mattino. Quì cominciò la confusione delle notizie. Ai telefoni non rispondeva più nessuno, di lassù vedevo il Gorizia in bacino e altre navi in arsenale che emettevano dei getti d’acqua in aria, indice di autoaffondamento.
Vidi anche in stazione un treno che si formava con la macchina a vapore fumante: aveva la prua a Viareggio e questo mi fece prendere la decisione vincente. Scesi il monte dalla parte opposta alle gradinate che portavano in città, e traversando la galleria giunsi in tempo ad imbarcarmi sul treno. Dopo un viaggio un poco avventuroso, a mezzogiorno ero a Viareggio. Così ebbe inizio, come per tanti, l’occupazione tedesca.”

“A Viareggio, i primi giorni dopo l’otto settembre sembrava che tutto fosse finito. Calmi i tedeschi, tutto regolare, io avevo ritrovato la cerchia dei miei amici e con loro si cominciò a parlare del futuro, di come si sarebbero comportati i tedeschi e come organizzare il nostro da fare. In sintesi: qualcuno che era in contatto con il C.L.N. ci parlò e ci organizzò per prendere la via dei monti al momento opportuno. Ma un bel mattino verso le quattro, due tedeschi e due vigili urbani, sfondando la porta senza bussare, irruppero col mitra spianato in casa di mio cognato cercando me, che come di abitudine non c’ero. Mio cognato fu portato via ma rilasciato la sera stessa. Poi seppi che la stessa sorte era toccata a tutta la cerchia dei miei amici, circa una trentina, che furono messi in prigione a Lucca e rilasciati dopo tanto tempo. Nonostante il mio indagare, cercare, domandare chi avesse fornito la lista e chi fossero i vigili, non ho mai trovato indicazioni. Dopo questa esperienza decisi di agire in solitario. Mi rifugiai da un mio mezzo parente nella campagna di Viareggio, poi mi raggiunsero i miei genitori, feci un nascondiglio in mezzo ad un boschetto di rovi e attesi gli americani. Entrai in Viareggio quando venni a sapere che tre camionette americane erano giunte assieme ai partigiani e stavano ripulendo la città da eventuali cecchini tedeschi. Dopo qualche giorno arrivò il grosso e il fronte spinse finalmente i tedeschi oltre la linea gotica.”

“Ripenso alla corazzata Roma. Grazie delle delucidazioni circa la bomba (avanzata e particolarissima) che fu fatale alla ROMA; condivido in pieno, avendo studiato il fatto sui libri di storia della Regia con interesse. Il motivo del mio interesse è questo. Con il Gioberti eravamo ormeggiati vicino alla Roma e solo guardandola la ritenevi senza dubbio inaffondabile. Avevo visto in bacino a Taranto la gemella Vittorio Veneto reduce da Capo Matapan che, dopo il siluro preso a sinistra della poppa, riuscì a fare i suoi diciotto nodi e, dopo la bomba presa a prua, riportò solo scalfitture, tipo unghiate di gatto! Vedendone la robustezza, ho per lungo tempo dubitato dell’affondamento della Roma da parte dei tedeschi.”

Le nuove corazzate italiane dimostrarono in più occasioni le loro eccezionali caratteristiche: accuratezza e qualità, solidità ed efficacia delle protezioni e contromisure. Ma la tecnologia era in evoluzione e i tedeschi usarono contro la Roma una bomba radioguidata con elevata forza di penetrazione e grande precisione, lanciata da seimila metri e manovrata durante la caduta, superando la spessa corazza e colpendo esattamente il deposito munizioni.

“Sul Gioberti, appunto vicino alla Roma, un giorno, appena calata la sera mi sento chiamare da un segnalatore: “vieni su..svelto!”. “Che c’è?” faccio io, e lui: “guarda là”. Era la Roma che via DONAT (lampi di luce morse) trasmetteva un avviso che diceva: “Imbarcherà un R.T. di nome XXX in sostituzione dell’R.T. Dini Vittorio, che tornerà sul Gorizia”. Il telegramma più bello mai ricevuto.”

Non c’è dubbio Vittorio, hai avuto fortuna. E qualcuno purtroppo non l’ha avuta. La guerra è fatta di casualità imprevedibili.