Alle ore 6,00 il mercantile veniva silurato a poppa da un sommergibile in agguato, presso Vulcano ed esplodeva, spaccandosi in due e affondando in tre minuti. Con le torpediniere al salvataggio dei pochi naufraghi, si scatenava la caccia del Gabbiano e dell’Euterpe al sommergibile che, colpito, emergeva. L’equipaggio fu salvato e fatto prigioniero mentre il sommergibile affondava.![]()
Le corvette della classe Gabbiano : tardiva apparizione, breve successo, lunga durata

Corvetta della classe Gabbiano nella configurazione originaria. Nel disegno non è applicata la prima mimetizzazione a zone e la sigla di riconoscimento
Ringraziamo Sebastian Nastasi per il contributo gentilmente fornito.
Navi specifiche e versatili assieme
Nel corso del Secondo Conflitto Mondiale in Mediterraneo si erano chiarite le reali condizioni operative e le esigenze della scorta convogli. Erano necessarie in gran numero piccole unità di modesta velocità che fossero in grado di fronteggiare la minaccia sottomarina e l’attacco aereo, rivelatisi sempre più frequenti ed impegnativi. In mancanza di navi specifiche si erano dovute impiegare torpediniere e cacciatorpediniere, caratterizzate da maggiori dimensioni, velocità, artiglierie e siluri: caratteristiche utili, ad esempio nell’attività di squadra (assieme alle veloci unità da guerra) e negli scontri tra unità similari, ma spesso scarsamente utili o ridondanti nella scorta mercantili. Per le navi impiegate in ruoli diversi dalla loro destinazione si sarebbe sentita la scarsità per logorio e perdite, con difficoltà a produrne altre. Nel 1941 venivano quindi progettate delle unità più piccole e specializzate, da fabbricare in serie, anche a sei per volta sullo stesso scalo, che si sarebbero rivelate particolarmente riuscite. Vennero ordinate a vari cantieri nazionali e la prima, la corvetta Gabbiano, divenne operativa nell’ottobre 1942. Purtroppo delle 60 che vennero ordinate, solo 28 entrarono in servizio negli ultimi dodici mesi di guerra prima dell’armistizio. Oltretutto vennero realizzate in un momento difficile per la reperibilità di materiali e componenti. Dopo l’armistizio, una parte in grado di muoversi confluì nel regno del Sud in collaborazione con gli alleati, mentre i tedeschi ne catturarono molte, anche quelle ancora in costruzione o in allestimento, terminandole (dove possibile) e portandole all’impiego in mare, talvolta affondate in scontri navali o in porto per attacchi aerei alleati, oppure autoaffondate alla fine dagli stessi tedeschi in ritirata. A fine guerra ne erano sopravvissute 18 ancora italiane cobelligeranti insieme a 4 recuperate al nord. Molte avrebbero continuato la loro vita operativa per decenni, soggette a vari ammodernamenti, a testimonianza della qualità di concezione originaria e della versatilità di impiego. La storia di questa classe di navi può essere considerata abbastanza rappresentativa delle complesse vicende della Marina Italiana.
La realizzazione delle corvette venne assegnata a vari cantieri, con tipologie diverse di nomi:
Cantieri Cerusa di Voltri (Genova) – 4 unità con nomi di uccelli marini – es. Gabbiano, Procellaria,…
Cantieri Ansaldo di Genova – 8 unità con nomi di uccelli simili – es. Cicogna, Gru,…
Cantieri OTO di Livorno – 9 unità con nomi di mammiferi – es. Antilope, Renna,…
Cantieri Navalmeccanica di Castellammare di Stabia (Napoli) – 12 unità con nomi di insetti – es. Ape, Grillo,…
Cantieri Breda di Porto Marghera (Venezia) – 9 unità con nomi di armi – es. Baionetta, Bombarda,…
Cantieri CRDA di Monfalcone (Trieste) – 10 unità con nomi mitologici femminili – es. Minerva, Egeria,…
Cantieri CRDA S.Marco di Trieste – 8 unità con nomi mitologici femminili – Es. Driade, Chimera,…

Esempio di mimetizzazione e numero di identificazione della corvetta Driade. L’inquadratura sottolinea la differenza di proporzioni fra la prora e la poppa
Caratteristiche delle corvette
Il profilo della nave era caratterizzato da una prora alta e marina a cui si contrapponeva una poppa molto bassa e corta. Questo abbinamento, con la presenza centrale di un’alta sovrastruttura per il ponte di comando, con dietro l’unico fumaiolo, dava all’insieme un aspetto aggressivo ma non aggraziato, eppure funzionale. La prora era rinforzata per effettuare senza danni eccessivi lo speronamento di un sommergibile. Il ponte di comando aveva sopra una controplancia aperta per controllare l’orizzonte circostante dall’alto, ideale per la lotta antisom. La poppa bassa sul mare era invece ottimale per il dispiegamento di numerose armi subacquee, mentre la tuga poppiera sosteneva le mitragliatrici binate antiaeree. L’esistenza di un solo cannone a fronte di sette bocche da fuoco antiaeree dimostrava che sul mare la minaccia maggiore veniva ormai dal cielo. La rinuncia alle artiglierie con il relativo peso permetteva evidentemente di non compromettere la stabilità, problema che avevano invece i cacciatorpediniere italiani, bene armati ma soggetti a forte rollio e sbandamento. Le corvette esprimevano dunque scelte precise con pochi compromessi, soluzioni semplici e affidabili, avendo ormai in mente come fare la guerra al nemico con le tecnologie disponibili. Ad esempio, non c’era una centrale di tiro, gli ordini venivano dati a voce, il telemetro veniva montato al momento, le armi antiaeree venivano puntate a vista. Le notevoli armi subacquee consistevano in 8 lanciabombe capaci di lanciare ognuno una bomba da 150 chili a sessanta metri, più 2 scaricabombe a poppa aventi ognuno sei carrelli da due bombe, e 2 torpedini da rimorchio. In totale la corvetta scaricava in un passaggio sul sommergibile dodici bombe con 1200 kg di alto esplosivo. La propulsione della corvetta era ottenuta con due motori diesel Fiat a due tempi con avviamento ad aria compressa, con la possibilità di utilizzare in alternativa due motori elettrici adatti per movimenti silenziosi durante la caccia antisommergibile. I motori elettrici erano mossi da una batteria di accumulatori, ricaricati durante la marcia diesel, ed erano in grado di fornire per due o tre ore una velocità di 6-7 nodi sufficiente a tallonare i sommergibili dell’epoca, nelle fasi più insidiose senza disturbare le apparecchiature di ricerca (idrofono e sonar). Con i diesel non c’era bisogno di imbarcare acqua per le caldaie e l’approntamento al moto era molto breve. A metà velocità i motori diesel garantivano un’autonomia di oltre tremila miglia. Il rifornimento di nafta veniva effettuato in tre ore. La corvetta disponeva anche di due tubi lanciasiluri, abbastanza controversi: la limitata velocità della nave difficilmente poteva offrire le condizioni per lanci offensivi. Per il resto c’era ben poco di superfluo, anche se la completezza di dotazioni aveva portato alla fine un peso di quasi settecento tonnellate, dalle quattrocento stimate inizialmente. Se queste navi fossero giunte prima e in gran numero sulla scena avrebbero certamente conseguito maggiori risultati, per la loro efficiente rispondenza alle esigenze correnti.
Le corvette in guerra
Scorta convogli e caccia antisom (spesso collegate fra loro), con frequenti azioni di fuoco contraereo, furono le principali attività svolte dalle corvette che riuscirono a prendere parte alla guerra. In nessun caso vennero affondate in azione da attacchi aerei, a testimonianza dell’efficacia delle difese antiaeree. Riuscirono anzi ad abbattere diversi velivoli nemici. Nell’attività antisom affondarono i sommergibili Thunderbolt, Sahib, Saracen, oppure svolsero degli attacchi a sommergibili nemici con esito dubbio (non confermati da parte britannica) ma col probabile effetto di aver sventato comunque la minaccia. Le cause delle perdite subite dalle corvette furono principalmente mine, siluri, bombardamenti, ovvero eventi quasi inevitabili dove qualità della nave e dell’equipaggio contavano poco. Si tenga anche conto che il personale ebbe poco tempo per conoscere e addestrarsi all’uso di navi abbastanza nuove. Alcune sarebbero state affondate dopo l’armistizio, con bandiera tedesca, in scontri navali, cioè in situazioni abbastanza diverse da quelle a cui erano destinate. In ogni caso svolsero una instancabile attività sia in guerra che dopo l’armistizio, sotto ogni bandiera.

Ragazzi di nemmeno 18 anni che stanno per andare in guerra sulle corvette e alcuni di loro saranno feriti. Pola 1942. Nastasi è il primo a sinistra
Ricordi delle corvette
Emanuele Nastasi, nato il 6 agosto 1925, aveva solo 18 anni ed era imbarcato come sottocapo cannoniere su una corvetta della classe Gabbiano, probabilmente sulla corvetta Cicogna, che il 14 aprile 1943 presso Trapani affondò il sommergibile britannico Thunderbolt. In quei giorni la corvetta subì un attacco aereo, forse vicino a Messina. L’esplosione di una bomba ferì e uccise alcuni marinai. Emanuele fu gravemente ferito alla testa e dopo le prime cure venne trasportato in ospedale, dove rimase a lungo senza conoscenza. Emanuele Nastasi partecipò a molte missioni, e fu imbarcato anche sulla corvetta Sfinge, congedandosi nel 1945. Per le sue azioni di guerra ebbe delle decorazioni al merito. Nel 1950 emigrò in Argentina con la famiglia. Si è spento il 23 agosto 2005 e il nipote Sebastian Nastasi ci ha gentilmente trasmesso questi frammenti di ricordi.
Nella foto di Nastasi, da sinistra a destra: Emanuele Nastasi (Paterno’), Pietro Tricami (Misterbianco), Giovanni Trovato (Giane R), Francesco Zappalá (Catania), Francesco Pavone (Catania). Annotazioni dalla fonte originale.
Brunello Danti sull’Euterpe: un diario ritrovato

Brunello ed altri fiorentini dell’Euterpe, a Napoli, il 9 aprile 1943, poche ore prima del bombardamento di cui parla nel diario
Ringraziamo Marco Giachetti per averci trasmesso la sintesi del diario dello zio, Brunello Danti.
Dopo la scomparsa di Brunello Danti (1922-2006) il nipote Marco Giachetti ha rinvenuto il suo diario, che narra la guerra del 1943 a bordo della corvetta Euterpe. Giachetti ci ha gentilmente inviato una sintesi commentata del diario, con dettagli interessanti su cui soffermiamo la nostra attenzione, aggiungendo qualche nota. Per chiarezza sulla fonte, le “Note” sono aggiunte da noi, il testo base è sostanzialmente la sintesi commentata, mentre in corsivo dovrebbero essere le parti originali del testo di Danti.
Nota (riassunto): A vent’anni, in piena guerra, dopo il preliminare fascista obbligatorio, Brunello Danti godeva di una permanenza prolungata al CAR (Centro Addestramento Reclute) di Pola prima di essere assegnato a un imbarco su una unità navale militare. Brunello era già dipendente delle Officine Galileo.
Brunello fu “…destinato così alla corvetta Euterpe, ancora in allestimento ai cantieri di Monfalcone. L’ Euterpe, varata nell’ottobre ‘42, fu nel febbraio ‘43 inviata a La Spezia per l’addestramento antisommergibile; il diario inizia in una buia notte d’aprile 1943 con l’incontro, in navigazione presso l’Arcipelago Toscano, di una bianca nave ospedale completamente illuminata, di ritorno dalla Tunisia. Il giorno successivo (9/4/43) l’attracco al porto di Napoli, con l’occasione per una foto con lo sfondo del Maschio Angioino; appena qualche ora dopo, un bombardamento alleato causò danni anche alla nave. La successiva destinazione, Messina, fu base operativa di numerose missioni, di scorta a naviglio sempre più indifendibile.”
Nota: Le navi ospedale dovevano per convenzioni internazionali evitare l’oscuramento, in modo da poter essere distinte dagli obiettivi militari; tuttavia in alcune occasioni (per errori o per colpevole intenzione dei piloti) subirono comunque attacchi aerei, con danni gravi e alcuni affondamenti. Interessante la coesistenza (a cui spesso non si pensa) tra foto ricordo quasi turistiche e bombardamenti aerei, tipico esempio di una vita di guerra dove i pericoli mortali erano all’ordine del giorno.

L’aspetto della corvetta Euterpe con la mimetizzazione a zone
La caccia ai sommergibili britannici Sahib e Ultor
“Il 24/4/43, l’Euterpe, con la gemella Gabbiano e le torpediniere Cascino e Climene, scortava fino in Tunisia il trasporto Galiola, carico di munizioni (era forse l’ultimo tentativo di rifornire le truppe dell’Asse via mare); partito a mezzanotte da Messina, il convoglio costeggiava il lato nord della Sicilia; alle ore 6,00 il mercantile veniva silurato a poppa da un sommergibile in agguato (il Sahib), presso Vulcano ed esplodeva, spaccandosi in due ed affondando in tre minuti. Con le torpediniere al salvataggio dei pochi naufraghi, si scatenava la caccia del Gabbiano e dell’Euterpe al sommergibile che, colpito, emergeva. L’equipaggio fu salvato e fatto prigioniero mentre il sommergibile affondava. Il Bollettino di Guerra n.1074, vantando l’affondamento del sommergibile, tace invece sulla nostra perdita, più importante…”
Nota: secondo l’USMM furono lanciate 30 cariche di profondità e l’affondamento del Sahib fu concluso con il cannoneggiamento. Furono salvati 46 uomini con una sola vittima.
Nota: Giachetti nelle sue ricerche ha ricostruito la storia degli equipaggi dei sommergibili Sahib e Saracen (di cui si parla successivamente), che si ritrovarono assieme da prigionieri. Dopo l’armistizio furono deportati in Germania dove uno di loro tenne un interessante diario, corredato di disegni, tra i quali uno sull’affondamento del Sahib: si vede il sommergibile con la prora sollevata che sta per affondare, l’equipaggio in acqua, sullo sfondo l’Euterpe con la mimetizzazione a zone e il fumo che sale dal Galiola colpito.
“Le corvette Euterpe e Gabbiano si trasferirono a Palermo, in scorta a convogli e caccia ai sommergibili; il 30/4 con due vedette antisom, perlustrarono il Canale di Sicilia fino a 30 miglia da Capo Bon; ormai la morsa degli Alleati si stringeva sempre più su gli Italo-Tedeschi al punto che 8 giorni dopo veniva perduta Tunisi. Domenica 9 maggio, mentre sulla nave, in porto a Palermo, si stava distribuendo il rancio all’equipaggio, suonò l’allarme aereo; cercarono scampo, correndo a terra, il più possibile fuori dal porto; Danti raccontava che in due minuti era arrivato appena al cancello di Porta Felice, quando avvistò gli apparecchi vicinissimi, per cui si rifugiò in un paraschegge (sorta di rifugio precario, con sacchetti di sabbia) dei finanzieri.”
”Alle 12.47 udii il rombo degli aerei, mentre ero appena entrato nel ricovero e quasi istantaneamente il fischio delle bombe che cadevano, fischio che durò qualche secondo ma che mi sembrò un’eternità e consecutivamente l’esplosione delle bombe a pochissimi metri. Passato questo, pensavamo fosse finita, ma alle 13 precise, ecco di nuovo.. e così si ripeté alle 13.10 e alle 13.20. Durante questi intervalli piombarono nel rifugio due tedeschi che erano all’armamento di due mitraglie nelle vicinanze, che si lanciarono a capofitto tra di noi gridando: Kaputt, Kaputt. Dopo quest’ultima ondata seguì un silenzio mortale sulla città e tutti noi che eravamo nel ricovero lo abbandonammo di corsa, arrivando in periferia, in tempo per scampare alla ripresa dei bombardamenti alle 17.00”. “Sul taccuino è annotato: 350 bombardieri – C41 (Euterpe) unico battello rimasto a galla.”
“Partirono da Palermo l’11/5 per Messina e poi Catania, assieme alla corvetta Driade, incontro alla motonave Tommaseo danneggiata da un sommergibile (essa finirà i suoi giorni in un bombardamento a Catania) e poi ancora, verso Stromboli, Crotone, Augusta, Catania al soccorso di naufraghi di altre navi, tra cui una petroliera silurata e incendiata; in un bombardamento a Messina, con continue evoluzioni nello stretto per non essere presa di mira, fu invece affondata la nave in quel momento in coppia, la torpediniera Groppo. Ad un ritorno notturno da Augusta, il 9/6, presso Catania, l’Euterpe e la Driade furono fatte segno da fuoco amico dalle batterie antisbarco, scambiate per due caccia americani, passati poche ore prima (per fortuna il tiro risultò inefficace). Il giorno dopo, ripartendo da S.Agata (Messina) con un cacciasommergibili tedesco e tre piroscafi, l’Euterpe incontrò, sopra Stromboli, vari relitti, tra cui cadaveri con salvagente. A detta di Brunello i giubbotti di salvataggio italiani, garantivano una galleggiabilità solo di alcune ore, poi il sughero si impregnava di acqua e andavano a fondo, quando non era l’ipotermia ad uccidere i naufraghi.”
“Il 15/6 l’Euterpe era in squadra con la corvetta Gabbiano e la torpediniera Animoso, alla caccia di un sommergibile che aveva silurato un piroscafo tra Capo Vaticano e Pizzo.”
”ore 17.45 ci viene segnalato che nella stessa zona è stato silurato uno Iatch (motoveliero) sempre ad opera di smg. Ore 20.20, mentre navighiamo in direzione del Capo, notiamo sulla nostra sinistra una scia che aumenta gradatamente; notifichiamo ciò al Gabbiano ed accostiamo immediatamente a sinistra (incontro al sommergibile, ndr). Intanto la scia, che era a circa 2500-3000 metri è aumentata e mentre accostiamo, ci passa di prua a pochissimi metri; adesso l’ecogoniometro (strumento per la ricerca subacquea) segnala il smg a 1500 metri, a prora. Prepariamo i pacchetti ed alle 20.30 lanciamo le bombe con salve precise. Immediatamente dopo lo scoppio si nota una grossa bolla, leggermente a sinistra della nostra scia; invertiamo la rotta ma l’ecogoniometro non ode più niente; anche il Gabbiano, transitato sul posto dopo il lancio ode una eco, la oltrepassa, inverte la rotta, la ode ancora per qualche secondo, poi più niente; secondo il nostro comandante è sicuramente affondato; rientrando a Messina, il Gabbiano ci informa di aver notato 4 siluri diretti contro di noi”.
Nota: Giachetti, con la traccia dell’affondamento di un battello a Capo Vaticano, ha potuto ricostruire che il sommergibile coinvolto fu l’Ultor, sfuggito all’attacco posandosi sul fondo e restando immobile per far credere di essere stato affondato, probabilmente effettuando anche l’emissione di una bolla d’aria ingannatrice. Il piroscafo affondato (con 3 siluri) era un piccolo dragamine ausiliario di 137 tonnellate, il Tullio. L’Ultor sarebbe stato tra i maggiori affondatori di successo britannici e sopravvisse al conflitto.
L’affondamento di S.Lucia, Alfieri, e del sommergibile Saracen
“L’Euterpe, in giugno e luglio fu impegnata in missioni con le similari Persefone, Driade, Ibis, Gazzella; il 24 luglio, nei pressi di Procida, fu comandata di andare a raccogliere i naufraghi di un vapore silurato tra Ventotene e S.Stefano, ma sul posto notarono solo relitti, qualche cadavere ed una gran quantità di pesci morti. Si trattava del Santa Lucia, il vaporetto Ponza/Ventotene/Gaeta che, quella mattina aveva caricato più di cento ponzesi, tra cui 7 coppie appena sposate; attaccato da 4 aerosiluranti, fu colpito all’altezza della caldaia vapore, che esplose e spaccò in due la nave, ricadendo a mezzo miglio dal punto dell’istantaneo affondamento. Vi fu un unico superstite (che rimase vittima di un altro naufragio, dopo la guerra). “
Nota: Il Santa Lucia, piccolo piroscafo passeggeri di sole 452 tonnellate, costruito nel 1912, fu attaccato, silurato e affondato verso le 10.00, come riportato da pubblicazioni ufficiali. Qui viene precisato il particolare, non trascurabile, che l’affondamento avvenne con la morte di quasi tutti i civili che trasportava. Purtroppo in piena attività bellica nell’Italia meridionale, non si faceva molta distinzione tra unità civili e militari, sia per oggettiva difficoltà a distinguere, sia perché la pressione militare veniva esercitata anche sulle popolazioni civili (es. bombardamenti urbani).
“Rientrata a Napoli, la corvetta venne inviata con altre al soccorso della motonave Alfieri, silurata, al traino di un rimorchiatore, sotto Capo Palinuro, ma alle 16.45 la formazione fu attaccata da 7 aerosiluranti che, finita la motonave, si buttarono a mitragliare la scorta; Brunello si trovò, seduto sopra una bomba di profondità (era il suo posto di combattimento), faccia a faccia con uno dei bimotori che aveva preso di mira l’Euterpe, ma questo dovette deviare per il fuoco delle mitragliere contraeree. La scorta virò attorno all’Alfieri che affondava, colpita da altri 2 siluri, quasi a tributargli l’ultimo saluto, e rientrò a Napoli, con l’Euterpe segnata da parecchi colpi di mitragliatrice. Il 3 agosto era di pattuglia attorno a Ponza, a causa della presenza del sig. Mussolini là detenuto.”
Nota: Benito Mussolini fu destituito (e arrestato) dopo il 25 luglio 1943. Ma la guerra continuava, come aveva affermato Badoglio, nuovo capo del governo. Infatti, con la presenza tedesca in Italia e i rapporti esistenti di alleanza, si cercava di far credere che la partecipazione italiana alla guerra non venisse interrotta, anche se in segreto erano in corso le trattative separate di armistizio. Gli angloamericani, di fronte al pubblico messaggio “la guerra continua”, non potevano che continuare l’azione militare, bombardamenti compresi. Purtroppo questo significava ancora vittime civili e militari, con le relative sofferenze.
“L’Euterpe venne poi inviata a La Maddalena. Brunello avrebbe poi raccontato al nipote dell’acqua trasparente dell’arcipelago, tanto da poter recuperare dal fondo della baia, con un lanciasagole, il suo cappello caduto in mare per un colpo di vento. Da lì, la nave venne inviata con la gemella C42 (Minerva) a Bastia. Nei pressi di Bastia, le corvette Euterpe e Minerva attaccarono e colpirono il 14 agosto 1943 il sommergibile Saracen; anche questo venne a galla per salvare l’equipaggio, che fu catturato (meno 4 persone, decedute per il fatto bellico).”
L’armistizio, la sorte dell’Euterpe e di Brunello.
“Il 20 agosto l’Euterpe dovette recarsi a La Spezia per riparazioni e carenaggio ed è lì che si trovava al momento dell’armistizio dell’8 settembre. Brunello, dopo una breve licenza a casa, si trovava, quella sera, in libera uscita; d’improvviso sentì urlare e festeggiare, per le vie di La Spezia (la notizia dell’armistizio fu data alla radio alle 19.45); tornando di corsa all’Arsenale, a bordo dell’Euterpe trovò il massimo fermento; il comandante ordinò di prepararsi alla partenza. Al mattino, nell’impossibilità di riprendere il mare, fu abbandonata la nave, aperti i rubinetti dell’autoaffondamento ed aperte le valvole di riempimento del bacino. L’Euterpe fu quindi affondata in bacino, ma la sua tormentata storia non sarebbe finita qui: in seguito sarebbe stata recuperata dai tedeschi, denominata UJ 2228 ed inviata a Genova per il ripristino, dove fu di nuovo affondata il 25 aprile ‘45, ancora recuperata dopo la guerra e infine demolita nel 1947. Ormai persa la sua nave, Brunello, come tanti altri, fu costretto a eclissarsi per evitare di essere catturato dai tedeschi. Dovendo passare con i bagagli davanti a un cacciasommergibili tedesco, salutò militarmente la sentinella, ma questa, contrariamente alla sera precedente, non si mise sull’attenti. Alla stazione, con l’amico polese Cherin ed altri marinai dell’Euterpe, presero un treno per Aulla, da dove, attraverso la Garfagnana, evitando Viareggio e Pisa, forse già occupate dai tedeschi, giunsero a Lucca, e con un altro treno arrivarono a Sesto Fiorentino (casa di Brunello) dove vestirono abiti civili, separandosi. Qualche tempo dopo, a seguito del “Bando Graziani”, che aveva portato alla fucilazione di 5 renitenti alla leva a Firenze, Brunello, con un avventuroso viaggio in bicicletta, andò a rifugiarsi da parenti nella campagna senese, evitando di presentarsi alla chiamata della RSI, subendo tuttavia il licenziamento, alle Officine Galileo.”
Nota: dopo avere tanto combattuto, gli sconvolgimenti dell’armistizio coinvolsero la corvetta Euterpe, il suo equipaggio e con esso anche Brunello. Come avvenne a tanti, che avevano fatto in pieno il loro dovere, Brunello e altri furono costretti a compiere scelte difficili e correre nuovi rischi. Iniziò un altro lungo periodo di guerra, ricco di amarezze e sofferenze, prima di arrivare alla definitiva conclusione del conflitto.
La parte principale di questo interessante diario si concentra in un solo anno, il 1943. Fu vissuto da un giovane alle sue prime esperienze militari che si trovò a fare la guerra sulle corvette.
Informazioni sulle unità reperibili su “Corvette e pattugliatori italiani” – Franco Bargoni e Franco Gay – Ufficio Storico della Marina Militare – Roma 2001