Trentoincina

Storie di uomini e di navi

Cenni di guerra marittima e navale

Al crescere delle artiglierie e della portata, la velocità del proiettile non poteva aumentare, richiedendo un lungo tempo (quasi mezzo minuto) per osservare l’effetto del colpo. Dovendo correggere e ripetere il tiro, si aveva una bassa cadenza di fuoco (ogni 45 secondi). Nonostante i progressi balistici e tecnologici, la percentuale di colpi a segno per una corazzata era assai bassa.

Importanza del mare e della Marina

Il mare non è soltanto uno spazio diverso dove si propaga la guerra terrestre. Il mare è la più importante via di comunicazione su cui transita la maggior parte delle merci, delle risorse e delle forze necessarie alla sopravvivenza delle nazioni. Si spera sempre di vivere in pace, che è la soluzione preferibile, ma bisogna anche premunirsi per la guerra, perché può dipendere da altri. Pertanto, il potere marittimo, o almeno il controllo aeronavale delle proprie vie, sono necessari per affrontare un conflitto, specie se può essere prolungato. Ecco perché è necessario essere in grado di proteggere il proprio traffico, e bloccare quello avversario, con una Marina Militare adeguata e competitiva. Questo significa essere preparati a confrontarsi militarmente con eventuali Marine avversarie. In tempo di pace, è buona strategia cercare di mantenere un equilibrio di forze (terrestri, aeree, navali) con i più probabili antagonisti. Tuttavia, non bisogna esagerare. Appunto, tra le due guerre mondiali si era cercato di frenare la corsa agli armamenti navali, con accordi di equilibrio e regole limitative, però con scarso successo.

La Squadra Navale alla base de La Maddalena (Collezione Vampi)

La Squadra Navale alla base de La Maddalena (Collezione Vampi)

Flotta di navi, ognuna con un ruolo

La Marina Militare è una forza armata impegnativa, che si basa su mezzi specializzati e costosi, come le navi, ognuna delle quali viene concepita e realizzata con finalità precise. Le navi sono sistemi complessi che possono spostarsi agevolmente sul mare ma sono anche basate su un perfetto equilibrio di galleggiamento, che, se viene alterato, può portare all’affondamento. Devono inoltre trasportare armi, materiali, truppe. Dunque, si vogliono troppe cose da una nave e bisogna accettare un compromesso fra esigenze contrastanti. Altrimenti bisogna cambiare tipo di nave. Ecco perché tra i due conflitti mondiali una flotta doveva avere tutta la gamma di navi da guerra, dalla piccola torpediniera alla grande corazzata. Ogni nave aveva la sua funzione ed era costruita di conseguenza. Passavano molti anni tra il progetto e l’entrata in servizio, mentre le esigenze o le tecnologie potevano cambiare. Era quindi possibile che molte unità perdessero il loro valore bellico, prima di essere state impiegate a fondo. Il naviglio doveva essere frequentemente aggiornato e rinnovato. Per esempio, gli esploratori (navali) vennero sostituiti dai ricognitori (aerei) e di conseguenza quelle navi vennero destinate ad altri ruoli.

Tabella delle caratteristiche navali - Gazzetta del Popolo 1941

Tabella delle caratteristiche navali per categoria – Gazzetta del Popolo 1941

Esigenze e tecnologie

 Convenienze, possibilità, necessità, soluzioni, cambiano più velocemente, sotto le pressioni belliche. Fra le due guerre mondiali, le artiglierie erano considerate l’arma navale principale che ogni unità doveva avere. Ma l’arma da fuoco, per dare superiori prestazioni, comportava una notevole crescita di dimensioni e peso, costringendo a varare navi gigantesche, più minacciose che precise. L’invenzione e perfezionamento di armi autopropulse (siluri e poi missili) portate da vettori meno impegnativi (sommergibili o aerei) otteneva risultati migliori. Inoltre, lo sviluppo dell’aviazione cambiava completamente lo svolgimento degli scontri sul mare, dalla ricognizione all’attacco. La comparsa di inaspettati strumenti di visione nella notte (radar) e sott’acqua (sonar) cambiava le tattiche. Era una evoluzione che avrebbe trasformato la guerra in corso sul mare.

Unità diverse

Le piccole unità (torpediniere o cacciatorpediniere) avevano un valore contenuto, che permetteva di arrischiarle in tanti compiti di supporto, di scorta, che non avrebbero giustificato l’uso di navi maggiori. Ma le piccole unità avevano anche caratteristiche come la manovrabilità, adatte a fronteggiare sommergibili o motosiluranti. I loro piccoli cannoni erano destinati a colpi diretti a bersagli ravvicinati. Oppure potevano lanciare dei siluri, contro navi maggiori. Si difendevano con la velocità e mobilità, non con la corazzatura.

Incrociatore Trento a La Maddalena (Collezione Vampi)

Incrociatore Trento a La Maddalena (Collezione Vampi)

Incrociatori (leggeri e pesanti) e corazzate erano invece impostate per il combattimento a distanza grazie alla portata superiore delle loro artiglierie. La gittata creava una gerarchia, perché permetteva di colpire il nemico senza essere alla portata dei suoi cannoni. Era possibile che degli incrociatori inseguissero dei cacciatorpediniere e poi dovessero ritirarsi di fronte alla corazzata, sempre che disponessero di sufficiente velocità.

La gerarchia delle navi, secondo calibro e portata (reale e teorica) - Disegno Trentoincina

La gerarchia delle navi, secondo calibro e portata (reale e teorica) – Disegno Trentoincina

Le navi del periodo avevano un solo calibro principale per il combattimento con le unità della stessa categoria, utilizzando i cannoni raggruppati in 3 o 4 torri rotanti, che potevano essere sfruttate separatamente o tutte assieme, con una salva di colpi che doveva coprire un’area non troppo vasta. Pertanto, l’osservazione delle colonne d’acqua dei colpi mancati consentiva di correggere il tiro e si rifacevano velocemente i calcoli. Ogni nave aveva strutture sopraelevate per l’osservazione del tiro. Non c’era ancora il computer e vi erano strumenti di calcolo meccanico. L’ideale era ottenere colpi con colonne d’acqua sui due lati del nemico, fatto che permetteva una più rapida centratura dell’obiettivo. Le navi in combattimento navigavano alla massima andatura, per compensare le oscillazioni del moto ondoso. La nave, corazzata o protetta, pesava di più, non solo per i cannoni più grossi e per un ponte che li reggesse, ma anche per una struttura e protezione (corazza) che sopportasse i colpi delle navi inferiori, e limitasse gli effetti di un singolo colpo fortunato di una nave di pari armamento. La progettazione delle protezioni verticali e orizzontali era abbastanza complessa e basata sullo studio delle armi avversarie, e della distanza e conseguente inclinazione con cui sarebbe arrivato il proiettile, tentando di deviarlo dalle parti vitali.

Corazzate classe Littorio (7 anni di guerra)

Corazzate classe Littorio (7 anni di guerra)

Le maggiori prestazioni (portata ed effetto) si ottenevano con grandi bocche da fuoco (es. 381 mm), di notevole peso, innescando una tendenza alla crescita dimensionale di tutte le navi, soprattutto le corazzate. Tuttavia, al crescere delle artiglierie e della portata, la velocità del proiettile non poteva aumentare più di tanto, richiedendo un lungo tempo (quasi mezzo minuto) per osservare l’effetto del colpo. Dovendo correggere e ripetere il tiro, si aveva una bassa cadenza di fuoco (ogni 45 secondi). Nonostante i progressi balistici e tecnologici, la percentuale di colpi a segno per una corazzata era assai bassa: deludente, se confrontata con l’ investimento navale. Anche se si poteva avere un contatto balistico oltre i 20-25 chilometri, non era ritenuto conveniente, per le scarse probabilità di centrare il bersaglio. La seconda guerra mondiale cambiò molte convinzioni e portò alla perdita di corazzate come la Bismarck, la Barham, la Roma, la Yamato, per citare casi dove  gran parte dell’equipaggio perse la vita. Erano mezzi che raramente potevano essere impiegati nel modo previsto, e che potevano essere distrutti da mezzi assai più economici. L’esperienza bellica ne decretò il tramonto come arma principale su cui investire.

Sommergibili e aerosiluranti

Sommergibile oceanico italiano (Guerra sui mari - luglio 1940)

Sommergibile oceanico italiano (Guerra sui mari – luglio 1940)

I sommergibili avevano già vissuto una grande stagione nella prima guerra mondiale, dove avevano dimostrato la loro efficacia in assenza di contromisure adatte. Inizialmente i sommergibili vennero usati spesso in superficie dove erano più veloci, con i motori diesel, e dove potevano usare sia i siluri che il cannone contro i mercantili. I movimenti in immersione, con i motori elettrici, mossi da batterie, dovevano essere brevi e riservati a momenti critici, per un agguato o una fuga. Dal primo al secondo conflitto mondiale, cambiò soprattutto l’impostazione della offensiva subacquea: da statica, in attesa, a dinamica, cercando le prede negli ampi spazi marini. Il perfezionamento delle contromisure del nemico li costrinse ad operare sempre più frequentemente in immersione, dove la lentezza, la scarsa autonomia e la possibilità di individuazione con strumenti di rilevazione, li metteva in difficoltà. La tecnologia e organizzazione antisom si sviluppò notevolmente, diminuendo le perdite di naviglio, con la distruzione di molti sommergibili. Nasceva la necessità di avere unità subacquee di nuova generazione. Ma il siluro poteva arrivare anche dal cielo, sganciato da aerosiluranti. In questo caso l’attacco avveniva allo scoperto, e l’attaccante contava sulla velocità di avvicinamento e fuga per sottrarsi alla reazione contraerea della nave. Il siluramento aereo si dimostrò più risolutivo ed efficiente del bombardamento aereo tradizionale.

Aerosilurante italiano SM 79 (Tempo N.94 del marzo 1941)

Aerosilurante italiano SM 79 (Tempo N.94 del marzo 1941)

Portaerei e aviazione navale

Bombe e siluri dal cielo rendevano utile portare l’arma aerea dovunque, con navi apposite chiamate portaerei. Ciò significava disporre di una aviazione navale imbarcata, logicamente dipendente dai comandi navali. Questo era un problema in Italia per la difficile cooperazione tra Marina e Aeronautica. Ma gli scontri sul mare sarebbero stati sempre più aeronavali e la cooperazione tra navi e aerei divenne indispensabile. Solo così si poteva fare ricognizione quando e dove serviva, oltre a colpire se era possibile. Il tutto senza preavviso, in tempi brevissimi, utilizzando i velivoli più adatti. Si potevano far decollare anche gli aerei da caccia, per contrastare l’aviazione avversaria. La portaerei iniziò così a far parte del necessario corredo di una formazione navale. Rispetto ad un aeroporto fisso, il nemico non ne conosceva l’esistenza e la posizione. Se scoperta, la portaerei era un interessante bersaglio, ma il suo uso risultava più redditizio di una corazzata, comunque esposta.

Portaerei britannica Ark Royal (Guerra sui mari - luglio 1940)

Portaerei britannica Ark Royal (Guerra sui mari – luglio 1940)

Il luogo del contendere

Le attività aeronavali si svolgevano prevalentemente intorno al traffico mercantile, vero obiettivo strategico da colpire, in quanto funzionale alla resistenza di lungo termine della nazione avversaria. Era ovvio che comandanti ed equipaggi preferissero distruggere unità da guerra piuttosto che mercantili, ma la strategia vincente doveva ricercare più la vittoria finale che l’orgoglio dei combattenti. Il traffico veniva spesso organizzato in convogli di più navi per minimizzare l’impiego di unità armate di scorta rispetto alle unità da proteggere. A fronte di convogli ben difesi, i sommergibili potevano sviluppare l’attacco in gruppo di notte. Ciò avveniva negli spazi oceanici, mentre in Mediterraneo (con spazi ristretti e forte sorveglianza) era preferibile l’agguato individuale in immersione.

Convoglio britannico prossimo al porto (Cronache della guerra - dicembre 1939)

Convoglio britannico prossimo al porto (Cronache della guerra – dicembre 1939)

Nella storia dell’ultimo conflitto mondiale si dedica sempre molto spazio alle battaglie terrestri e al conflitto nei cieli, come se fossero stati i principali fatti decisivi. Tuttavia, bisogna notare che tutti questi teatri di guerra furono alimentati da materiali, mezzi e truppe prevalentemente trasportati via mare. La nazione che fu più determinante per l’esito finale (gli Stati Uniti), riuscì tramite il suo potere marittimo a portare ovunque oltremare il potenziale economico e militare e al tempo stesso a usare il mare come barriera per non essere colpita dagli avversari. Ciò conferma quanto la guerra mondiale fosse condizionata da un uso appropriato  del mare.

Peraltro, la strategia marittima delle tre nazioni dell’Asse ebbe aspetti criticabili che contribuirono alla sconfitta. Il Giappone non condusse guerra al traffico e subì quella dell’avversario. La Germania andò vicino al successo con la guerra al traffico senza restrizioni, ma la sviluppò in ritardo. L’Italia, pur dichiarando guerra, non aveva preparato piani militari coerenti, ebbe una conduzione prudenziale (credendo nel deterrente della flotta) e soprattutto non considerò i prevedibili problemi dei rifornimenti marittimi oltremare. Quest’ultimo aspetto influenzò l’esito dei combattimenti terrestri, contribuì alla perdita delle colonie e infine aprì la strada all’invasione del territorio nazionale.

Naufraghi della nave Columbus (Guerra sui mari - luglio 1940)

Naufraghi della nave Columbus (Guerra sui mari – luglio 1940)