Trentoincina

Storie di uomini e di navi

Siluri e sommergibili

Si potevano considerare i sommergibili come un espediente tattico per distruggere le navi da guerra con molta audacia e poca spesa, ottenendo solo l’effetto di mettere in difficoltà le flotte avversarie. Ma c’era pure la possibilità di un uso strategico, distruggendo il traffico mercantile, mettendo in crisi la sopravvivenza della nazione avversaria

Breve storia delle armi da lancio

Nella preistoria, gli esseri umani, afferrando degli oggetti potevano trasformarli in attrezzi oppure armi che potenziavano le capacità di combattimento. Potevano anche scagliare l’oggetto contro il nemico, prima che si avvicinasse: era l’arma da lancio. Per millenni, si basò il lancio sull’energia muscolare accumulata: lancia, fionda, arco e frecce, balestra, e altro. Tutto dipendeva dal momento iniziale del lancio (e della mira) che stabiliva l’esito del colpo. L’arma da fuoco fu sostanzialmente un’evoluzione dell’arma da lancio con una energia diversa, esplosiva, indirizzata grazie alla robusta canna metallica. L’arma da fuoco, semplice e affidabile, tra ottocento e novecento raggiunse alte prestazioni e vasto impiego in guerra, a terra e sul mare, con armi di ogni dimensione, dalla pistola al cannone navale.

Mortaio cinese degli anni Trenta (collezione Trentoincina)

Mortaio cinese degli anni Trenta (collezione Trentoincina)

L’impatto distruttivo del proiettile dipendeva da due fattori: velocità e peso. La velocità aumentava con la lunghezza dell’arma, ma non poteva crescere più di tanto per il rapido degrado della canna. La velocità determinava anche la portata del tiro perché, dopo lo sparo, il proiettile viaggiava per forza d’inerzia e si fermava rapidamente. Bisognava dunque aumentare soprattutto il calibro del proiettile, innescando una preoccupante crescita del peso dei cannoni, del tonnellaggio delle navi che li portassero e del loro enorme costo. Le spese in armamenti crescevano in modo esagerato e insostenibile. Si sentiva il bisogno di nuove armi meno impegnative, dotate di una propria spinta, che potessero essere trasportate da qualunque mezzo (anche piccolo), accessibili anche alle nazioni meno ricche e potenti. Tali esigenze portarono a sviluppare nuovi ordigni offensivi come i siluri (nell’acqua) e i missili (nell’aria). Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, queste innovazioni si sarebbero rivelate più efficaci delle grandi artiglierie, mentre l’arma da fuoco individuale sarebbe rimasta utile e pratica fino ai nostri giorni.

La guerra sul mare e sotto il mare

Mentre le armi progredivano, si svolgevano ovunque le guerre, sul terreno e anche sul mare, dove si usavano le navi. Per lungo tempo la guerra sul mare venne praticata sulle navi con le stesse armi della guerra terrestre, come se ne fosse una semplice estensione. Dopo uno scambio di artiglierie, si tentava l’abbordaggio con un combattimento finale di tipo terrestre. Ma il mare era una importante via di comunicazione, strategicamente determinante per l’esito di una guerra: uno scenario troppo importante per non essere oggetto di progresso militare.

La nave era una invenzione di successo, che galleggiava grazie a un preciso equilibrio basato su leggi fisiche conosciute dall’antichità. La guerra sul mare fra le navi cercava appunto di alterarne l’equilibrio, provocando una falla nello scafo nemico che imbarcasse acqua e portasse all’affondamento.  Se non si poteva opporre ai cannoni di un potente vascello un’altra nave equivalente, l’alternativa era portare una mina (chiamata anche “torpedine”) contro la nave avversaria, quando stava ferma in porto. Il problema stava nel farlo di nascosto e magari sopravvivere. L’idea era di muoversi sott’acqua con un sottomarino: un battello capace di navigare immerso sotto la superfice con un equipaggio che portasse l’ordigno a destinazione. Però al momento dell’esplosione, il sottomarino doveva essere distante. Tra tentativi tragici o riusciti, con rilevanti progressi tecnici, era iniziata la navigazione subacquea, un mondo fino ad allora ignorato. Per colpire il bersaglio a distanza si arrivò alla soluzione di dotare la mina di un sistema autonomo di propulsione e guida. Nasceva il siluro, arma insidiosa e letale, che poteva essere lanciata da una piccola unità: da un motoscafo, da una torpediniera o da un battello subacqueo.

Il siluro

Schema descrittivo di un siluro (Tempo N.119 - 4 settembre 1941 - Articolo di Nicola Balistreri)

Schema descrittivo di un siluro (Tempo N.119 – 4 settembre 1941 – Articolo di Nicola Balistreri)

Tra le due guerre mondiali il siluro era costituito da un lungo cilindro (circa sette metri con un diametro di 533 mm) che portava una potente carica esplosiva (circa 270 kg). La spinta per una corsa subacquea breve e veloce (qualche migliaio di metri a 40 nodi) era data da un motore senza fabbisogno d’aria (alternativo a pistoni, azionati dall’aria compressa, surriscaldata, oppure elettrico) che muoveva due eliche controrotanti sullo stesso asse. Direzione e quota erano preimpostati al momento del lancio e mantenuti durante la corsa grazie a un sistema giroscopico. L’esplosione poteva avvenire con acciarino meccanico per urto e in seguito anche per variazione magnetica (in presenza di grandi masse metalliche).

Trasporto di un siluro in officina (7 anni di guerra)

Trasporto di un siluro in officina (7 anni di guerra)

Il sommergibile

Som. Argonauta 1, 255-305 tonnellate, 45 metri di lunghezza, 24 uomini di equipaggio, in servizio dal 1915 (collezione Trentoincina)

Som. Argonauta 1, 255-305 tonnellate, 45 metri di lunghezza, 24 uomini di equipaggio, in servizio dal 1915 (collezione Trentoincina)

Il siluro era l’arma ideale per un nuovo tipo di battello subacqueo: il versatile sommergibile, capace di navigare sia in superfice che sott’acqua, scegliendo in base alle esigenze del momento. La doppia funzione era indispensabile per permettere sia la navigazione occulta (per l’attacco o il disimpegno), sia la navigazione di trasferimento. La motorizzazione subacquea doveva fare a meno dell’aria e all’epoca l’unica scelta possibile erano dei motori elettrici, mossi da batterie, con limitata autonomia e bassa velocità. Ma era necessaria anche una potente motorizzazione diesel da usare in superfice che garantisse prestazioni maggiori  e ampio raggio di azione; sarebbe stata usata anche per ricaricare le batterie. Altra importante caratteristica del sommergibile era la possibilità di variare la spinta di galleggiamento, allagando delle casse per immergersi o svuotandole (con aria compressa) per riemergere. Il battello era in grado di correggere l’assetto e aveva una profondità massima (50-100 metri) oltre la quale non doveva spingersi per evitare il rischio di collasso, a causa della pressione. Il sommergibile era provvisto di periscopi per l’esplorazione o l’attacco, rimanendo immerso. La sua arma principale erano i siluri, anche se era provvisto di armi antiaeree e di una artiglieria essenziale. Il lancio tramite aria compressa avveniva dai tubi lanciasiluri ricaricabili, tenendo conto della velocità e rotta del bersaglio. Il siluro con motore ad aria lasciava una scia visibile, oltre alla bolla d’aria del lancio, che poteva rivelare la posizione del sommergibile, rendendo necessario allontanarsi e immergersi al più presto. Problemi evitabili con siluri elettrici. La “rapida” consisteva nello spegnimento dei diesel, passando ai motori elettrici, con la chiusura di tutti i portelli; l’immersione avveniva velocemente, facilitata dai timoni orizzontali, mentre l’allagamento delle casse creava l’assetto negativo per scendere in profondità. Questa impostazione di massima era comune a tutti i battelli, che differivano soprattutto per le dimensioni, prevedendo un uso costiero oppure oceanico. La vita a bordo era molto scomoda e complicata da spazi ristretti. Richiedeva un equipaggio ben allenato e fortemente motivato. La combinazione del siluro e del sommergibile era perfetta per lo scopo: il battello aveva grande manovrabilità e flessibilità di impiego, potendo avvicinarsi non visto a obiettivi rilevanti e il siluro serviva per sferrare a distanza il colpo finale, lasciando un minimo di spazio e tempo al sommergibile per disimpegnarsi.

Som. Ciro Menotti, 937-1146 tonnellate, 70 metri di lunghezza, 52 uomini di equipaggio, in servizio dal 1930 (collezione Trentoincina)

Som. Ciro Menotti, 937-1146 tonnellate, 70 metri di lunghezza, 52 uomini di equipaggio, in servizio dal 1930 (collezione Trentoincina)

Come impiegare i sommergibili

Al di là degli aspetti tecnici, la nuova minaccia subacquea era rivoluzionaria, difficile da contrastare e da accettare. Metteva in discussione il primato delle flotte tradizionali delle grandi potenze, a vantaggio delle marine minori. Poneva problemi morali, come fosse una insidia sleale, stimolando il tentativo di proibirla o almeno regolamentarla. Internamente a ogni Marina c’era chi svalutava o ignorava la novità, rispetto a chi già la considerava l’arma del futuro. Anche decidendo di dotarsi di numerosi sommergibili, bisognava però capire che uso farne, ovvero che obiettivi porsi e le conseguenti strategie. Si potevano considerare i sommergibili solo come un espediente tattico per distruggere le navi da guerra con molta audacia e poca spesa, ottenendo solo l’effetto di mettere in difficoltà le flotte avversarie. Ma c’era pure la possibilità di un uso strategico, distruggendo il traffico mercantile: era una attività meno entusiasmante, eppure metteva in crisi la sopravvivenza della nazione avversaria e poteva portare alla vittoria, se perseguita con determinazione e con mezzi adeguati.

I sommergibili avevano già dimostrato le loro potenzialità offensive nella Prima Guerra Mondiale e tutte le Marine volevano avere unità di questo tipo, anche soltanto per sviluppare e mantenere competenze. Difficile credere che i primi piccoli sommergibili delle origini potessero andare oltre l’agguato e brevi missioni, andando a caccia negli oceani. Così fra le due guerre aumentarono di molto le dimensioni, anche se poi la pratica bellica avrebbe dimostrato che i sommergibili “costieri”, manovrieri e poco appariscenti, erano più efficaci in tante situazioni. Infatti, l’uso dei sommergibili sarebbe cambiato fra le due guerre: da un impiego statico e di agguato si sarebbe passati a un impiego più attivo e dinamico, inseguendo le prede in mare aperto. Come avviene in ogni conflitto, ogni nazione in guerra avrebbe sviluppato la sua lotta e predisposto la difesa in una competizione continua che avrebbe messo tutti in difficoltà. Era la caccia antisom e ogni flotta subacquea ne avrebbe fatto le spese. All’insidia si replicò con bombe di profondità e strumenti di rilevazione sempre più precisi. L’uso appropriato o meno dei sommergibili da parte di una nazione in guerra sarebbe dipeso dalla propria situazione (esposta o meno) e dalla strategia marittima, che si dimostrò non risolutiva da parte delle nazioni dell’Asse.

L’Italia disponeva di una notevole flotta subacquea, ma non avendone progettato una aggiornata direttiva di impiego, non riuscì a conseguire i risultati sperati. La Germania iniziò le ostilità con pochi sommergibili, prima di intraprendere una intensa lotta al traffico. Il Giappone disponeva di buoni sommergibili e ottimi siluri, ma non condusse lotta al traffico. La Gran Bretagna pensava a un impiego soprattutto tattico e in Mediterraneo impiegò sommergibili di ridotte dimensioni, con approccio insidioso. Gli Stati Uniti nel Pacifico condussero lotta sistematica al traffico mercantile giapponese. Britannici e americani condussero con successo la battaglia in Atlantico per difendere il proprio traffico.  Inoltre, i principali teatri di guerra terrestre della Seconda Guerra Mondiale furono condizionati in modo determinante dai trasporti marittimi. I sommergibili, che potevano interrompere i flussi logistici e militari, erano dunque divenuti un’arma strategica.

Petroliera statunitense in fiamme (7 anni di guerra)

Petroliera statunitense in fiamme (7 anni di guerra)

Alla fine del conflitto vennero impiegati nuovi battelli subacquei tedeschi, veri sottomarini, che compensavano i punti deboli dei sommergibili: erano concepiti per rimanere prevalentemente sott’acqua, più veloci che in superfice e potevano andare più profondi. Diventava difficile neutralizzarli. Non ebbero il tempo di influenzare l’esito della guerra, ma trasformarono i battelli subacquei in unità offensive con grandi potenzialità, fondamentali per una Marina Militare.